L'ARMATA di terracotta, lo straordinario esercito di guerrieri modellati nella creta che Quin Shi Huangdi, primo Imperatore della Cina fece scolpire e poi seppellire duemila e duecento anni fa a guardia della sua tomba, ha arruolato un nuovo misterioso "alieno".
Stessa materia, stessa armatura, stessa fiera posizione, stessa corporatura robusta, stessi occhi impassibili dei settemila commilitoni rinvenuti nel 1974 in un dedalo di corridoi sprofondati a poca distanza del tumulo imperiale, ma una faccia inequivocabilmente e inspiegabilmente diversa.
Un rosa vellutato e spettrale ricopre i lineamenti degli altri, senza differenza tra reclute e grandi ufficiali, il suo volto è invece tutto dipinto di verde.
La notizia, clamorosa e inquietante, è stata data, circa un anno e mezzo fa, dall'agenzia Nuova Cina con un laconico comunicato che annuncia la scoperta, disperdendone l'effetto in un lungo elenco di altri preziosi reperti ritrovati dagli archeologi in una fossa, mai scavata prima, situata accanto alle altre: 80 armature, 30 elmi di pietra e un gigantesco tripode di bronzo di 212 chilogrammi, il più grande tra quelli fin qui portati alla luce.
Difficile dunque dare un senso a questo anomalo guerriero, a questo singolare scarto di tinteggiatura. Sappiamo dalle tracce di colore impigliate nelle pieghe e sopravvissute al lungo letargo sottoterra che l'impietrito esercito di Quin Shi Huangdi era in origine marcato da sfavillanti colori: le armature brillavano di riflessi argentati, giubbe, calzoni e copricapi registravano in tutte le sfumature la varietà di ruoli e divise della bassa truppa e dei graduati.
L'idea che dovevano offrire a chi avesse spalancato e violato il sepolcro era quella di un esercito assopito da un maligno incantesimo, ma pronto a mettersi in marcia a difesa del suo capo supremo. Sappiamo anche dagli esemplari esposti in varie mostre portate in giro in tutto il mondo e da quelli custoditi nell'apposito museo nato in Cina per ospitarli e visitato in venti anni da oltre 35 milioni di turisti, che ognuno di quei soldati di terracotta era sagomato con eccezionale realismo. Solo a distanza a vederli fermi e impettiti nelle lunghe e ordinate file in cui erano stati ricomposti possono sembrare uguali come anonimi replicanti. In realtà ad ogni volto lo scalpello e le dita degli artisti assoldati per questa audace sfida alla morte hanno restituito una propria inconfondibile impronta: uno zigomo più tondo o squadrato, una pupilla più grande o più schiusa, un labbro più o meno arricciato.
Forse un ultimo vezzo da stratega avveduto dell'imperatore che anche nell'oltretomba aveva voluto mostrare di conoscere uno ad uno i fedelissimi che avevano combattuto al suo fianco e sotto la sua guida avevano riunificato la Cina, debellando re e feudatari in perenne rissa.
Ma allora perché quella unica e inverosimile faccia tinta di verde? Per sottolineare un privilegio, una carica di rilievo sarebbero bastate le insegne e gli abiti del comando che distinguono capitani e generali. Uno sbaglio? Difficile immaginarlo vista la cura con cui ha preso forma l'intera armata. L'ipotesi più attendibile è quella di un viraggio di colori provocato da qualche agente batterico innescato dall'umidità, da un muschio. In attesa del responso degli esperti chi vuole può far sbizzarrire la fantasia.
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