Il nome di questo portale viene da molto lontano: dall’arcipelago di Zanzibar, al largo della Tanzania, dove da sessant’anni si racconta di una creatura notturna chiamata Popobawa. In lingua swahili popo significa «pipistrello» e bawa «ala».
Chi è il Popobawa
Nella tradizione locale il Popobawa è uno shetani, uno spirito maligno capace di cambiare forma. Nelle descrizioni più diffuse è un nano con un solo occhio, orecchie appuntite, ali di pipistrello e artigli affilati. Il nome viene proprio dall’ombra scura, simile a un’enorme ala, che si allunga sulle sue vittime.
Arriva di notte, spesso annunciato da un odore acre di zolfo. Chi dice di averlo incontrato racconta di essersi svegliato senza riuscire a muoversi, con un peso sul petto e una presenza nella stanza.
Ma il Popobawa deve la sua fama soprattutto a un’altra caratteristica: sodomizza le sue vittime, in particolare gli uomini, e preferisce proprio quelli che negano la sua esistenza. Poi pretende che raccontino a tutti l’incontro: chi tace riceverà una nuova visita.
Le ondate di panico, al ritmo della politica
Il Popobawa non compare a caso: le sue apparizioni coincidono quasi sempre con i momenti di maggiore instabilità politica dell’arcipelago, a cominciare dalle elezioni.
- Anni Sessanta-Settanta: le prime segnalazioni arrivano dall’isola di Pemba. Alcuni studiosi le collocano già nel 1965, pochi mesi dopo la rivoluzione del 1964 e l’unione con il Tanganica che diede vita alla Tanzania; altri ai primi anni Settanta, nel clima di repressione del regime di Abeid Karume, assassinato il 7 aprile 1972.
- Febbraio-maggio 1995: l’ondata più grave, iniziata a Pemba durante il Ramadan e arrivata fino a Unguja e a Dar es Salaam. Accadde a pochi mesi dalle prime elezioni multipartitiche della Tanzania, nell’ottobre 1995, vinte a Zanzibar dal partito di governo con meno dell’1% di scarto e contestate dall’opposizione per brogli.
- Ottobre 2000 e luglio 2001: nuove apparizioni a Pemba proprio a ridosso delle elezioni del 29 ottobre 2000, seguite dalle proteste e dalle violenze del gennaio 2001, e poi su entrambe le isole.
- Febbraio-marzo 2007: un’ultima ondata a Unguja e a Dar es Salaam, dopo le elezioni del 2005.
Le coincidenze hanno alimentato anche accuse politiche. A Pemba, roccaforte dell’opposizione, molti si convinsero che il Popobawa fosse stato «mandato» dal partito di governo per distrarre la popolazione dalle elezioni; altri lo legarono allo spirito vendicativo del presidente Karume.
L’antropologo Martin Walsh, che ha ricostruito questa cronologia, invita però alla prudenza: nel 1995 le prime spiegazioni non erano politiche, e la lettura elettorale si è affermata solo in seguito. La coincidenza delle date, da sola, non basta a provare un legame diretto, ma mostra quanto paura e politica si intreccino nei racconti dell’isola.
Il panico del 1995 ebbe anche un volto tragico: nella caccia al colpevole, alcune persone fragili o emarginate furono accusate di essere il Popobawa e aggredite dalla folla, in alcuni casi fino alla morte.
Che cosa dicono gli studiosi
Molti ricercatori hanno notato che i racconti delle vittime somigliano in modo impressionante alla paralisi del sonno: un disturbo comune in cui ci si sveglia senza riuscire a muoversi, spesso con allucinazioni vivide e la sensazione di una presenza ostile. È la stessa esperienza che in Europa ha alimentato le leggende degli incubi e delle streghe che «pesano» sul petto dei dormienti. Il Ramadan, con il digiuno e il sonno ridotto, potrebbe averne reso più frequenti gli episodi.
L’antropologo Martin Walsh, che ha lavorato a lungo a Zanzibar, ha descritto il 1995 come un caso di panico collettivo: una storia che passa di bocca in bocca come un virus e che, una volta raccontata, spinge altri a vivere la stessa esperienza. Altri studiosi vi leggono una memoria del passato più doloroso dell’isola, che nell’Ottocento fu il principale mercato di schiavi dell’Africa orientale.
La studiosa Katrina Daly Thompson ha invece invitato a non ridurre il Popobawa a una superstizione «da spiegare»: per chi lo racconta è anche un modo di parlare di potere, paura e politica, con un linguaggio che lo sguardo occidentale spesso fraintende.
Dalla tv al portale del mistero
Nei primi anni Duemila la notizia di questa bizzarra superstizione africana arrivò anche in Italia, attraverso qualche trafiletto di giornale. Paolo Bonolis, con la sua ironia e il suo gusto per il nonsense, ne parlò in una delle sue trasmissioni: la domanda «Che fine ha fatto Popobawa?» diventò un tormentone, a cui i telespettatori e i primi utenti di Internet rispondevano nei modi più assurdi.
Maurizio Costanzo raccolse la battuta e rispose a sua volta dagli studi di Buona Domenica, su Canale 5. In quegli anni Alessandro Achille lavorava al programma come esperto informatico: su richiesta degli autori Alberto Tovaglia e Walter Corda aveva lanciato la chat di Buona Domenica e il sito ilmuro.it, dove il pubblico rispondeva proprio al tormentone.
Da lì nacque l’idea: dare il nome di Popobawa a un portale dedicato al mistero, fondato da Alessandro Achille insieme a Laura Scafati.
Due anni dopo Popobawa.it curò molti dei testi di Mysteria, presentata come la prima mostra internazionale dedicata ai confini della realtà. Dal 12 ottobre 2002 al 19 gennaio 2003, al Village del Parco de’ Medici di Roma, il pubblico entrava da una piramide e attraversava su due piani le sale dedicate agli UFO, agli enigmi della Terra (dal Triangolo delle Bermude a Loch Ness, dalla Sfinge all’Isola di Pasqua), ai miracoli e ai fenomeni paranormali, fino a una simulazione di esperienza di pre-morte. La mostra ebbe una grande affluenza di pubblico.
Il nostro fantasmino, per fortuna, è molto più educato del suo omonimo africano.
Fonti
- Wikipedia · Popobawa
- Martin Walsh · The politicisation of Popobawa, Journal of Humanities (2009)
- Wikipedia · Elezioni generali in Tanzania del 1995
- Tropea e dintorni · Mysteria, la mostra (2002)
- Arte.it · Mysteria
- Internazionale · Presenze notturne, reportage di Lorenzo Maccotta (2024)
- Futility Closet · Ambitious Cryptid (2006)
- Reason · The Devil Bat (2005)
- Intervista all’antropologo Martin Walsh (2017)