La città di Cagliari, è delimitata ad oriente e ad occidente da due vaste aree acquitrinose: lo stagno di Molentargius e la laguna di Santa Gilla; se il primo è conosciuto da numerosi naturalisti per le varie e rare specie ornitologiche che vi stanziano, la seconda area assume un'ampia risonanza storica per le molteplici testimonianze archeologiche, che si trovano nei suoi fondali.
I primi ritrovamenti, del tutto occasionali, risalgono al 1869, quando uno dei pescatori della laguna recuperò fra le maglie della sua rete una testa muliebre in terracotta; ben presto ne vennero rinvenuti molti altri ed il Direttore del Regio Commissariato ai Musei ed agli Scavi, Filippo Vivanet, ad organizzò nel 1891 una campagna di scavo che, interrotta per l'avvicinarsi della stagione fredda, proseguì nell'estate del 1892 per completare il recupero dei tanti reperti individuati.
Si trattava di oggetti prevalentemente fittili, che in seguito ad una analisi mineralogica si rivelarono "confezionati coi fanghi alluvionali della stessa laguna", come scriveva il 15 luglio 1893 il Vivanet nella relazione alle "Notizie degli Scavi di Antichità comunicate alla R. Accademia dei Lincei". Durante i lavori furono recuperate numerose "maschere umane" o riproducenti "le sembianze di Giove, Esculapio, Apolline o di altre divinità maggiori", accompagnate da mani, piedi, protomi di cani, coccodrilli, "draghi" e pantere, e ancora oggetti di uso quotidiano come pentole, brocche, ciotole o "lampade a due becchi".
Accatastate una sull'altra si individuarono anche anfore di grandi dimensioni, alcune delle quali, preservando l'antico contenuto, restituirono ossa macellate di pecora e di bue, o "frutti abbastanza ben conservati quali nocciole e coni di pino archeologico. Furono allora utilizzate delle palancole di legno che, disposte a mo' di gabbia, permisero di isolare, e prosciugare, l'area interessata dall'indagine archeologica, che poteva così essere svolta come in un qualsiasi cantiere terrestre.; non dobbiamo dimenticare, infatti, che l'Archeologia marina muoveva i primi passi proprio nell'epoca in questione.
L'insieme degli oggetti rinvenuti portò lo studioso Vivanet a supporre la presenza di "un'antica officina per la lavorazione delle ceramiche.
Da questi primi tentativi di scavi passarono molti anni fino ad arrivare al 1933 quando il soprintendente Doro Levi curò il recupero di tre nuove terrecotte figurate, e, riesaminando il materiale rinvenuto precedentemente, dichiarò in un suo articolo del 1937 i propri dubbi circa l'ipotesi della produzione locale, almeno in riferimento agli esemplari fittili di notevole fattura. Non si segnalarono successivamente nuove scoperte archeologiche, e gli unici frequentatori della laguna restarono i pescatori che, tra permessi e divieti, hanno continuato fino ad oggi l'antica raccolta delle arselle o la pesca dei muggini e dei capitoni.
Nel 1987, all'interno di un vasto progetto di risanamento della laguna di Santa Gilla, fu predisposto il dragaggio di una parte dei suoi fondali, fu, ancora una volta, rinvenuto moltissimo materiale archeologico, che diede il via all'inizio di nuove e feconde ricerche.
I'Assessorato della difesa dell'ambiente della Regione Sardegna, curatore del progetto, in accordo con la Soprintendenza Archeologica per le Province di Cagliari e Oristano, si fece promotore di un'indagine storico - archeologica volta a delineare la frequentazione umana nella laguna e la direzione scientifica della ricerca fu affidata a Giuseppe Nieddu e Raimondo Zucca, all'epoca archeologi della Soprintendenza di Cagliari e Oristano; mentre l'intervento diretto nella laguna venne affidato ' ad una ditta specializzata in lavori di archeologia delle acque, la O.T. Sub di Nicola Porcu
. Nonostante l'esito non eclatante delle indagini svolte nella zona indicata dal Vivanet, gli ultimi giorni di lavoro premiarono l'impegno con cui i subacquei avevano condotto le prospezioni, setacciando numerosi siti campione all'interno della laguna; Furono infatti individuate due differenti aree, la prima caratterizzata da un cumulo ben definito di anfore accatastate, la seconda, molto vasta, indicata da reperti fittili dislocati in ordine sparso.
Pertanto, lo studio del materiale archeologico recuperato durante permise di delineare ulteriormente l'orizzonte culturale appena accennato, alla fine dell'Ottocento, dal Vivanet
. Le protomi animali, le mani, le maschere, che la scoperta di matrici avvenute in una località non lontana dalla laguna riconfermava prodotte in Ioco, furono datate tra il V ed il II sec. a.C., testimoniando la lunga attività delle officine dei coroplasti; Riconducibili al medesimo arco cronologico e sempre in ambito punico erano anche le anforette, gli orcioli, le lucerne bilicni (a due becchi) e i bruciaprofumi a coppe sovrapposte; e ancora le anfore di grandi dimensioni, in alcune delle quali furono rinvenuti ovicapridi e bovini macellati, che permisero un puntuale confronto non solo con la precedente documentazione del Vivanet a Santa Gilla, ma anche con simili attestazioni che in Sardegna le ricerche di questi anni avevano evidenziato presso le antiche città di Nora, Othoca ed Olbia.
Sul problema relativo alla dislocazione dei reperti all'interno della laguna gli autori dello studio proposero, in corrispondenza delle zone dove si segnalava una cospicua presenza di materiale archeologico, l'ubicazione di antichi magazzini, al posto delle aree di lavoro che aveva ipotizzato il Vivanet.
A distanza di anni, le ricerche archeologiche nell'area in questione seguono ritmi alternativi, non possiamo fare altro che augurarci che presto si arrivi ad una conoscenza veramente approfondita dell'area in questione, conoscenza che permetta a tutti gli amanti della materia di togliere il velo di mistero che ancora circonda Santa Gilla.
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