Misteri e storia · Curiosità

La cattedrale di Gradola

A un quarto d'ora di cammino da Grandola, sulla costa comasca del Lario, al centro di un ampio spiazzo approssimativamente rettangolare si erge una quercia ben più che millenaria, il cui tronco può a stento essere abbracciato da sei adulti che si tengano per mano. Quasi di fronte a questa quercia ne svetta un'altra un po' più piccola ma non meno maestosa, i cui rami vengono a lambire quelli possenti della prima; è veramente, uno spettacolo di grande e silenziosa solennità innanzi al quale si percepisce nitidamente di trovarsi nel pieno di un luogo sacro dedicato a divinità ormai dimenticate la cui memoria s'intreccia a queste cattedrali viventi. Un tempo, il nostro continente, per la sua grande ricchezza d'acqua, era coperto di foreste senza fine, interrotte qua e là da sporadiche radure popolate da piccoli gruppi di uomini. Questo era il paesaggio di cui i Celti erano circondati al punto di diventarne essi stessi una parte, dall'estremo occidente della Gallia e della penisola iberica fino alle Alpi e alla pianura padana, fino ancora alla pianura del Danubio e a quelle sabbiose della Germania settentrionale. Questo popolo, come abbiamo visto nella sezione dedicata ai Celti, si era a tal punto immedesimato con la propria terra che la sua mitologia, la poesia, i simboli sacri, il calendario, l'alfabeto erano rappresentati dagli alberi, compresi in una vera gerarchia, al vertice della quale era la quercia. Il valore di questo albero nella vita, nella poesia e nella religiosità, che per i Celti erano una sola cosa, era immenso: perché questo albero regale fiorisce a mezza estate, il sacrificio che avveniva a luglio, nella festa di Mezza estate quando comincia la seconda metà dell'anno celtico, aveva come vittima da ardere o una quercia o un re che la rappresentasse (si riteneva infatti che il calore del falò nutrisse il sole); albero che attira il fulmine, era il legame tra cielo e terra e come tale sostegno del cielo, simbolo del re del cielo e padre degli dei, Dagda, Zeus per i greci, ma anche del Dio di Abramo, che proprio alle querce di Sichem e di Mamre gli appare e gli dà la profezia. Dagda era raffigurato come una quercia possente e anticamente in Irlanda il termine daur, quercia, significava "dio". Albero del fuoco non solo perché attirava il fulmine, ma anche perché sfregando suoi frammenti si poteva ottenere una brace da cui fare un fuoco; albero del nutrimento perché le ghiande hanno dato ai nostri antenati fino all'alto medio evo una farina da cui si ricavava il pane e ancora di più perché le ghiande, cibo dei maiali, erano una fonte di prosperità. L'anno celtico si divideva in due metà, la seconda delle quali cominciava a luglio salutata da un solenne banchetto della durata di una settimana in onore del re della quercia.

Il legno di quest'albero, poi, per la sua robustezza era impiegato per la costruzione di barche e naviglio in genere, nella quale i Celti eccellevano, e veniva arso in occasione delle ricorrenze religiose. Le liturgie, le assemblee e i giudizi si tenevano, presso i Celti, in luoghi ampi e di pianta rettangolare, sacri, detti "Nemeton", ed erano frequentemente posti in querceti o almeno sotto una quercia. Il giudice riceveva la saggezza dal dio del cielo, reggitore anche della giustizia, ma al di sopra del giudice e perfino del re vi era un'autorità che non comandava nessuno ma la cui voce non era mai inascoltata: era la voce del depositario della sapienza e della poesia, il druida, parola che significa "il veggente della quercia". Ai rami di una quercia situata in un'area come quella di Grandola si appendevano i doni dedicati al dio, le teste dei nemici uccisi in battaglia, il bottino, le primizie e il popolo tutt'intorno assisteva a questo omaggio devoto. Se il bosco in generale aveva sempre qualcosa di divino per questo antico popolo, gli alberi che come la quercia di Grandola sono isolati o al centro di uno spazio delimitato avevano un'eccellenza anche più singolare. Il cristianesimo durò molta fatica per contrastare questa religiosità: "Il culto degli alberi era parte integrante dell'antico culto della natura e la chiesa incontrò enormi difficoltà a sopprimerlo. I concili tuonavano contro il culto degli alberi, contro le offerte loro fatte o l'accensione di fuochi intorno a essi (. nonché contro la credenza che certi alberi sarebbero troppo sacri per essere tagliati o bruciati" (J. A. MacCulloch, La religione degli antichi celti, Ma la storia del cristianesimo in area celtica nei primi secoli è molto spesso storia di querce sacre date alle fiamme o abbattute fra lo strazio del popolo. Questa di cui parliamo deve probabilmente la propria sopravvivenza all'isolamento del luogo, o forse a un passaggio pacifico e non traumatico alla nuova religione. Ma la sacralità della quercia era inscindibile da quella del vischio, perché "tutto quello che cresceva sulla quercia era stato mandato dal cielo". Raccolto con grande solennità il sesto giorno dopo il solstizio d'inverno, tutta la cerimonia avveniva con attenzione spasmodica alla purezza: un druida vestito di bianco tagliava il vischio con un falcetto d'oro e lo deponeva in un panno bianco perché non toccasse terra e non perdesse così tutta la potenza che gli derivava dalla luna, poi si sacrificavano due tori bianchi mai aggiogati prima. Il vischio era considerato una medicina universale, rimedio contro la sterilità delle donne come delle bestie, potente e infallibile afrodisiaco e antidoto contro ogni veleno, sortilegio o malattia. Perché questo legame con la luna? Perché anche se vive su una pianta sacra al sole esso non si orienta secondo la provenienza dei raggi solari e della luce e i suoi frutti sono bianchi e sferici come l'astro della maternità. eccellenza", mentre, proteggono dalle infestazioni di parassiti. I druidi della Gallia ritenevano che il vischio fosse la più importante di tutte le piante e tra le spiegazioni di ciò, legata alla raccolta del vischio quando la luce solare è al minimo, è che reciderlo col falcetto d'oro simboleggia l'evirazione del vecchio re da parte del nuovo, l'anno che ricomincia, la vita che riprende.
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