Esoterismo e tradizioni · Esoterismo

La civiltà celtica

civiltacelticaLa Civiltà celtica fu, in tempi molto lontani, una delle più evolute civiltà sia dal punto di vista scientifico come magico. Gli scienziati ed i sacerdoti possedevano profonde conoscenze dell'Astronomia, Alchimia e Magia Grazie al " Libro delle Triadi Bardiche" pervenuto a noi- abbastanza conservato - attraverso i secoli, scopriamo la loro magia solare: cerimonie religiose, infatti, avevano luogo dal sorgere del sole, a mezzogiorno ed al tramonto. Senza contare, inoltre, che erano a conoscenza di una scienza fisica basata sullo studio dello spettro solare e che dava luogo ad una cosmogonia e ad una metafisica al di fuori del comune. I bardi e gli avates ( sacerdoti), erano rispettivamente artisti e tecnici, i più sapienti di loro diventavano in seguito druidi, e costituivano una confraternita molto unita ed organizzata. Le loro cerimonie religiose e magiche sono sopravvissute in varie forme: esorcismi degli spiriti maligni e degli spettri, predizione del futuro e giudizi degli dei. I druidi avevano una profonda conoscenza della rete di correnti elettromagnetiche che circonda la Terra, chiamate anche correnti telluriche. Del resto, popoli ancor più antichi dei Celti avevano eretto, circa qualche decina di migliaia di anni fa, delle pietre giganti sui punti nevralgici di questo reticolo- energetico tellurico- I druidi utilizzarono semplicemente questi megaliti: i menhir ( pietre generalmente infisse nel suolo) e i dolmen ( accostamenti di pietre), per creare delle vere e proprie correnti elettromagnetiche. Per vedere queste pietre basta recarsi a Carnac ( Bretagna) oppure visitare il Tempio circolare di Stonehenge; a proposito di quest'ultimo ci sembra sia necessario soffermarci per fornire alcuni chiarimenti in merito all'importanza esoterica ed astronomica assunta dallo stesso nel corso dei secoli. In età preistorica, il tempio di Stoneghenge, infatti, era un tempio del Sole; è situato in mezzo ad una serie di tumuli preistorici della prima Età del Bronzo, e si ritiene che le pietre attualmente esistenti costituissero solo una parte della gigantesca struttura originaria. Il tempio è ubicato su di un terrapieno circolare del diametro di cento metri, e a nord - est si apre su di una strada. Vi è poi un cerchio del diametro di cento metri, formato di triliti ( due pietre erette coperte da una pietra piatta) di arenaria del Terziario, che in origine erano trenta, situate ad intervalli regolari di circa un metro e venti.


civiltaceltiva2A circa tre metri di distanza, nell'interno, vi è poi un secondo cerchio concentrico di grandi pietre ( menhir) che in origine erano quaranta: due ellisse contenenti 5 triliti e 19 menhir. Presso la curva centrale vi è l'altare di pietra, lungo cinque metri e largo un metro e venti. A nord - est si trova un gigantesco monolito. La parte aperta dell'ellisse è in linea con questo monolito, quasi di fronte al punto in cui si leva il sole. Tutta questo tipo di costruzione fa pensare che il tempio di Stonehenge altro non fosse che un importante Osservatorio astronomico o addirittura, secondo la teoria di alcuni studiosi, " un vero e proprio computer neolitico". Infatti, tali disposizioni di pietre, corrispondevano a complicatissimi e precisi dati astronomici che sono stati decifrati con l'aiuto dei calcolatori elettronici. Questi luoghi erano punti di contatto fra le potenze terrestri e quelle cosmiche e permettevano agli iniziati di entrare nel più profondo del cosmo. Basti pensare, infatti che i druidi li usavano come una specie di telefono moderno; per meglio dire il reticolo delle forze che collegavano i megaliti fra loro aveva infatti la particolarità di essere un eccellente amplificatore telepatico che aiutava quindi la comunicazione a distanza fra gli iniziati. Fra i più importanti riti magici celtici vogliamo segnalare la raccolta del vischio, effettuata al solstizio d'inverno; il vischio era simbolo di rigenerazione e di sopravvivenza e le sue proprietà magiche e terapeutiche dipendevano essenzialmente dalla precisione dei ritualismi simbolici della raccolta. I druidi sapevano parlare con gli spiriti della natura e comandarli; questi abitanti del mondo invisibile sono quelli di cui parlano i racconti delle fate: gnomi, elfi, silfi, salamandre. Amano molto la calma ed il silenzio nei quali lavorano meravigliosamente bene in accordo con le leggi della natura. Ci sembra necessario affermare che il risveglio del Celtismo - profetizzato dagli antichi Bardi prima della loro scomparsa - al quale si può assistere da vari anni a questa parte, sembra essere un segno dei tempi e corrisponde ad un profondo bisogno dell'anima occidentale: ritrovare le proprie fonti naturali e tradizionali!

Alexis Carrel, afferma non a caso che: " dobbiamo liberare l'uomo dal cosmo creato dal genio dei fisici e degli astronomi, da quel cosmo nel quale egli è racchiuso dall'epoca del Rinascimento. Nonostante la sua bellezza e la sua grandezza, il mondo della materia inerte è troppo angusto per lui. Proprio come il nostro ambiente economico e sociale, esso non è fatto a nostra misura. Noi non possiamo aderire al dogma della sua realtà esclusiva. Sappiamo di non essere interamente confinati in esso, che non ci estendiamo ad altre dimensioni, diverse da quelle del mondo fisico..Lo spirito dell'uomo si estende, al di là dello spazio e del tempo, in un altro mondo. E di questo mondo, che è lui stesso, può, se vuole, percorrere i cicli infiniti. Il ciclo della bellezza, che contemplano i filosofi, gli artisti i poeti. Il ciclo dell'amore, ispiratore del sacrificio, dell'eroismo e della rinuncia. Il ciclo della Grazia, suprema ricompensa di coloro che hanno cercato con passione il principio di tutte le cose…… Dobbiamo svegliarci e metterci in camino. Liberarci della cieca tecnologia. Realizzare, nella loro complessità e nella loro ricchezza, tutte le nostre potenzialità" Affrontare il mondo del mistero è come viaggiare attraverso il tempo, e siamo molto dispiaciuti per quei nostri contemporanei, che convinti di aver conquistato e trasformato lo spazio, ignorano che si può ristringere a nostro piacimento la distanza dei secoli.
I misteri, infatti, reggono il mondo, lo riempiono e infondono all'uomo - come ci insegna Jon Ropper -, la forza necessaria per andare oltre, per conoscere se stesso, imparando da tutto ciò che si nasconde intorno al lui. Per portare a termine tale compito, l'uomo moderno possiede le testimonianze, lasciate da intelligenze " iniziate" a misteri, che a noi non ci è, ancora, dato modo di conoscere; una delle Civiltà più grandi in questo campo è appunto quella di cui stiamo trattando ora! Celti è il nome, appunto, con cui queste popolazioni venivano indicate dalle fonti greche (primo in ordine di tempo il frammento di Ecateo di Mileto che parla dei Celti di Marsiglia, colonia greca), mentre nella tradizione romana sono indicate col nome di Galli; genericamente si pensava che fosse un popolo stanziato nell'Europa occidentale, a settentrione della Grecia. L'area abitata da questo popolo- fino al VI secolo a.C.- corrispondeva essenzialmente alla Germania occidentale ed alla Gallia settentrionale e nel periodo della sua maggior espansione, oltre alle Isole Britanniche, comprendeva tutta la Gallia, gran parte della Spagna, l'Italia settentrionale, e, attraverso la penisola balcanica, arrivava fino all'Asia Minore. La Gallia, dopo la conquista romana, viene sottoposta ad un processo di " romanizzazione" mentre la Britannia, oltre alla colonizzazione romana, subisce, anche quella germanica; pertanto, questi eventi storici ridimensionano " l'area celtica" ad una parte dell'Irlanda, dell'Isola di Man e ad alcune regioni della Scozia, e al Galles.

Per quanto concerne l'origine della lingua celtica, occorre dire che recenti ricerche la fanno appartenere ad un " gruppo di lingue indoeuropee" derivanti, soprattutto, dal sanscrito, dal greco e dal latino. I documenti linguistici rimasti si dividono in tre gruppi: Gallici, attestati in autori classici a partire da Giulio Cesare; Gaelici, attestati, a partire dal secolo VIII, da iscrizioni e brevi componimenti poetici; Britannici, attestati da monumenti del XVII secolo. Nella Grammatica celtica il sistema delle consonanti è ridotto a sorde e sonore, con l'eliminazione totale di tutte le aspirate; i casi delle declinazioni sono ridotti a quattro, nominativo, genitivo, dativo, accusativo, come nelle aree centrali (greca e tedesca). Testimonianze lessicali mostrano la corrispondenza tra la lingua irlandese, di stretta derivazione celtica, e la lingua latina, questo a significare che, quanto ci rimane, appartiene ad un patrimonio lessicale molto antico, che è stato conservato là dove si è mantenuto un ordinamento aristocratico - sacerdotale (druidi, flamini, brahmani) e che, al contrario, è andato invece perduto dove questo ordinamento non è stato mantenuto, come, per esempio, presso i Greci. Con la conquista romana, furono introdotte nella lingua irlandese alcune parole appartenenti al lessico latino, che riguardavano la sfera religiosa: per esempio, la parola latina " cupa", che tradotta vuol dire " coppa", in irlandese diventa " cib." Resti della lingua celtica, si trovano per la prima volta su documenti prevalentemente a carattere funerario, le così dette " iscrizioni ogamiche".
Dopo uno stadio in cui doveva preoccuparsi di soddisfare i propri bisogni materiali, l'uomo primitivo del mondo celtico, come ovunque, cominciò ad avvertire delle presenze, di giorno come di notte, e cercò una spiegazione a questi sentimenti. In una natura ossianica, fatta di grotte, montagne, laghi, isole; molti luoghi, inoltre, incutevano terrore più che altri perché si pensava fossero abitati da mostri ed esseri sconosciuti. Nel mondo celtico, dunque, l'immagine di un "altro mondo" è spesso rappresentata da paesaggi remoti e impervi, un'isola oltre il mare, un fiume o un lago. L'uomo preistorico si sentiva circondato da pericoli visibili ed invisibili, il che lo portava a credere nella dottrina animistica e panteistica; tali dottrine filosofiche e religiose affermavano che ogni oggetto godeva di vita propria. Questo popolo, che possedeva la capacità di staccarsi dalla propria corporeità, attribuiva anche agli elementi naturali una doppia natura, e così il mondo risultava dominato da entità opposte, buone e cattive, che, nell'immaginario collettivo, si concretizzavano in spiriti invisibili, mostri, folletti.
Nella lotta contro il male, l'uomo celtico si affidava anche al potere di alcuni animali, che vengono, pertanto, adorati per la loro forza fisica, e per la loro pericolosità.

In tempi successivi, - forse in corrispondenza della diffusione della pratica di addomesticare gli animali, e della maggiore confidenza che ne deriva tra uomo e animale-, gli animali assumono vero e proprio carattere divino, non più soltanto totemico. Dall'osservazione dei cicli naturali, l'alternarsi del giorno e della notte, il susseguirsi delle stagioni, l'uomo derivò il senso dell'ordine della vita e del mondo. Tutto era controllato e animato dalla dea madre, la Terra, da cui tutto nasceva e a cui tutto tornava. Cesare stesso, nel" de Bellum Gallicum", parla di un dio che, sotto forma di un gigantesco cane, dilania e inghiotte i morti: si tratta, probabilmente, del figlio della dea Terra. Tuttavia, anche in epoche successive allo stadio totemico, si hanno tracce in merito alla sopravvivenza di totemismo. È infatti costante il ritrovamento di immagini (veri e propri totem, ma anche monete, incisioni) raffiguranti il maiale sacro. Questo animale era particolarmente usato come vittima sacrificale da offrire al dio per la sua pinguedine, ma si carica anche di valenze simboliche: il maiale si nutre di ghiande, prodotte dalla quercia, considerata sacra, e si pensava, addirittura, che nell'animale fosse incarnato lo spirito della quercia. La ghianda, rappresentava, per il popolo celtico, una prova tangibile dell'aiuto divino, questo perché " la ghianda " stessa, in tempi di carestia, avrebbe permesso all'uomo di nutrirsi e, pertanto, di sopravvivere. Una ulteriore testimonianza, di quanto affermato, ci viene data da Plinio che, nella sua opera " Naturalis Historia", rappresenta un dio celtico simile ad una grande quercia.
Per quanto concerne il perpetuarsi del totemismo, abbiamo delle prove riscontrabili in tre istituzioni celtiche: gli stemmi dei clan, che rappresentavano generalmente l'animale da cui il clan si faceva discendere, la caccia ai crani e il potlach: cerimonia consistente nell'affratellamento mediante il sangue. Diodoro, ci tramanda l'abitudine in uso ai i Galli, consistente nel tagliare la testa ai nemici morti al fine di impossessarsi della forza insita negli stessi; sono stati, inoltre, ritrovati degli scheletri decapitati e teschi trafitti da un chiodo (scavi di Puig Castellar, in Spagna). Il testo più esplicito che ci è pervenuto sulle divinità del pantheon celtico è un noto passo del De bellum gallico di Giulio Cesare(VI, 17)" Il dio che i Galli onorano sopra ogni altro è Mercurio, che considerano inventore di tutte le arti, custode delle vie e guida dei mercanti. Dopo di lui vengono Apollo, dio risanatore, Marte, dio della guerra, Giove, il gran dio del cielo, e Minerva, la dea delle arti e dei mestieri". Lucano (Pharsalia I, 44) segnala una triade bramosa di sacrifici cruenti: Teutates, Taranis e Esus. I monumenti ci fanno conoscere ancora altre divinità: il dio toro Tarvos; il dio dalle corna di cervo Cernunnos; la dea dell'alveare Nantosuelta; e il maggiore dio nazionale Teutate; . Accanto a lui si trovano due divinità femminili che gli sono compagne o mogli; una rappresenta la" patrona" degli operai e prende parte attiva alle lotte contro i nemici; l'altra sarebbe stata una dea Terra, talvolta interpretata come Maia o come Vesta.

Accanto a questi dei maggiori, vengono rappresentati anche Belenus, dio del sole, e Sirona, dea della luna Nelle credenze religiose e nei miti celtici, i personaggi appaiono come esseri che hanno realmente vissuto, e che hanno superato la morte. Sono eroi sovrumani, non soprannaturali, legati a un dato territorio, abitanti nelle loro tombe e che hanno subito, per reincarnazione, un processo di ringiovanimento. Quella celtica è una Società con capi e con feste periodiche, a metà tra l'aggregato tribale e l'organizzazione monarchica. È una confederazione di clan (tuatha), divisi in grandi famiglie e raggruppati in tribù, riunite insieme in regni che hanno tra loro relazioni più o meno deboli. Le città sono rare e la popolazione vive dispersa nei campi. Il solo legame è costituito dalle feste, che cadono nelle stesse date per tutti i clan. L'anno celtico si divideva in due grandi periodi di sei mesi ciascuno, e questi a loro volta in due stagioni di tre mesi l'una, suddivise in due semi - stagioni. Nel primo giorno di ogni stagione cade una festa solenne: Samhuin il I novembre, Belten il I maggio, Lungnasad il I agosto e Imbolc il I febbraio. Queste feste venivano celebrate con molta solennità da tutti i clan, ciascuno per proprio conto, ma vi era anche una grande riunione generale. Patrono di queste feste è l'eroe che è simbolo ed emblema di un gruppo sociale. Gli eroi sono considerati gli antenati dei gruppi, ecco perché nella Società celtica ha particolare importanza il culto degli antenati. Con il cristianesimo all'eroe si è andata sostituendo la figura di un santo. Il compito, alquanto, difficile di tenere uniti tutti i vari gruppi celtici era una prerogativa dei Druidi o Sacerdoti.. I Druidi, come inizialmente scritto, avevano il ruolo di educatori, profeti, sacerdoti, astronomi, studiosi della natura, ma anche giudici e legislatori. Erano organizzati in una gerarchia complessa, che aveva al proprio vertice una figura di" Sommo Druida". I Druidi in qualità di sacerdoti amministravano, in esclusiva, "il sacrificio agli dei" e ne tramandavano la tecnica rituale, compito di importanza cardinale. "Sacrificio", che deriva dal latino "sacrum facere" cioè "rendere sacro" aveva il significato di rendere sacro qualcosa che in origine non possedeva tale sacralità; restaurando e mantenendo, nel contempo, un contatto vero e proprio con la sfera del sacro, in alcuni casi il sacrificio poteva anche essere umano. Nei riti sacrificali, l'oggetto centrale era un calderone; utensile primario nella cucina celtica; normalmente usato per bollire la carne e preparare la birra. Nelle leggende celtiche, il calderone assume la valenza di pentola rigeneratrice. Il rito principale nelle feste e nelle celebrazioni era, appunto, il sacrificio, che serviva ad assicurare un buon raccolto, la crescita del bestiame, la nascita di bambini ed altre innumerevoli occasioni. Nel momento stesso nel quale veniva effettuato il sacrificio, il mondo dei morti si rivelava ai vivi; non a caso, infatti, su molti calderoni celtici era rappresentato un essere androfago, generalmente una lupa, simbolo dell'oltretomba. Maggiore era il numero delle vittime, maggiore era il numero delle anime che si potevano far uscire dall'oltretomba, in una sorta di scambio tra vite sacrificate e vite nuove.

Ma il rituale dei Celti non prevedeva solo vittime umane, venivano sacrificati anche animali, e addirittura il grano, usato per la fabbricazione della birra - bevanda che procura l'estasi e il contatto profondo con la divinità-. Oltre ad essere i depositari della scienza sacra e a fare da tramite tra gli uomini e gli dei, i Druidi avevano anche il ruolo di Vati, al quale veniva affidato l'esercizio delle varie arti divinatorie, quali l'oniromanzia (interpretazione dei sogni), l'ornitomanzia (osservazione del volo di uccelli) e il prinni log (l'uso di bacchette di legno che venivano lanciate in aria per trarne poi auspici). L'arte della profezia era l'unica a cui venissero ammesse anche le donne. Oltre a cibo, i vati esercitavano funzioni giudiziarie e pedagogiche e l'arte medica, che tradizionalmente era divisa in tre branche: magica, dove la cura consisteva in invocazioni, esorcismi; vegetale, simile a pratiche erboristiche; e cruenta, probabilmente la chirurgia. Un'altra funzione importante, che competeva di diritto al sacerdote druida, era quella del bardo, alla base della gerarchia sacerdotale. Normalmente il bardo era itinerante e alla sua memoria era affidata la conservazione della tradizione epica e letteraria celtica: un vero bardo conosceva a memoria centinaia di poemi. Spesso i Druidi ricoprivano mansioni collaterali: erano, infatti, consulenti e guide di sovrani, amministravano la giustizia, stando simbolicamente seduti sotto l'albero sacro della quercia; infine, erano ambasciatori e condottieri d'esercito. Il potere del Druida era immenso, tanto che lo stesso re non poteva prendere la parola durante le assemblee, se precedentemente non aveva parlato il Sacerdote sacro; senza contare che lo stesso aveva anche il potere di controllare l'uso che il re faceva del suo potere e nel caso l'operato del sovrano non rispecchiava determinate regole, il druida poteva provocare la decadenza dello stesso re e ordinarne la condanna a morte Al vertice della gerarchia dei Druidi c'era il Sommo druida, che veniva eletto durante una riunione indetta all'interno della foresta dei Carnuti, che era considerata il centro della Gallia. A questo punto della descrizione della Società celtica, occorre soffermarsi sul concetto di "centro", che si ritrova spesso nella Religione celtica. Veniva ritenuto, infatti, che la stessa scienza sacerdotale provenisse dal centro primordiale del cosmo, e ovviamente non si trattava di un centro geografico, ma un vero e proprio centro spirituale, in diretta connessione con il simbolismo della origine, anche se questo centro si concretizzava in un luogo determinato.. I Celti hanno, infatti, creato molti centri sacri, che rappresentavano i luoghi nei quali gli uomini entravano in contatto con gli dei; detti luoghi si trovavano, per lo più, nei boschi. Abbiamo visto che Il luogo sacro della tradizione celtica, infatti, non era il tempio, ma il" nemeton", "la foresta", già di per sé contesto simbolico, dove alcuni alberi sacri (la quercia, il tasso, legato al mondo dei morti) costituivano spazi particolari in cui il divino si manifestava con particolare vigore. La foresta, in quanto separata dal mondo ordinario, era il luogo dove il druido poneva dimora.

Giulio Cesare, ci continua a dire, che il centro della Religione druidica si trovava nell'isola di Britannia, dove i candidati al sacerdozio si recavano per dei periodi di studio; inoltre alcune isole ospitavano i santuari celtici più grandi, come quello dell'isola di Sena, al largo della Bretagna. L'isola, in quanto tale, possedeva una qualità spaziale particolare, che ne faceva un centro iniziatico in cui recarsi per imparare la scienza sacra, o per diventare guerrieri invincibili. Nella letteratura irlandese si conserva l'elemento dell'Isola di vetro, luogo meraviglioso ed irraggiungibile che ricorda il magico palazzo costruito da Merlino per Viviana in mezzo al lago. Il simbolo dell'isola magica riprendeva anche il tema del Paese meraviglioso posto al di là del mare, particolarmente frequente nella letteratura celtica. Queste isole, popolate da esseri soprannaturali mostruosi, disseminate in mari colmi di mostri e di pericoli, si riconnettono al Ciclo arturiano: secondo Goffredo di Monmouth, infatti, Artù ferito fu trasportato al di là dell'Oceano nell'isola mitica di Avalon. Non si sa molto sulle dottrine dei Druidi, ma è sicuro che credevano nell'immortalità dell'anima. Dall'esperienza di misteriosi fenomeni come il sonno, i sogni, l'epilessia, l'ombra, la morte, l'uomo affronta il problema della sua natura, scoprendo un nuovo se stesso che vive lontano dal corpo, una vita interiore, a parte dalla dimensione corporale, che quindi sopravvive alla distruzione del fisico, alla morte. Si pensava che questa "ombra" si materializzasse in una sorta di creatura alata ed eterea. Se dunque la vita dell'anima non si interrompeva dopo la morte, essa poteva continuare in due modi: il primo, in un altro mondo, ben separato da quello dei vivi, con cui entrava in contatto solo durante la notte di Samain (I novembre), considerata al di fuori del tempo (un intervallo tra la fine dell'anno vecchio e l'inizio di quello nuovo); il secondo, invece, sulla terra, con la reincarnazione dell'anima, che equivale ad una nuova nascita (metempsicosi). Le tombe dei notabili celti i cui ricchi corredi funebri permettevano loro di ritrovare nell'altro mondo le prerogative del rango rappresentano il primo modo di considerare la morte; Il secondo modo era riservato ad un gruppo di pochi iniziati, come nelle dottrine analoghe degli orfici e dei pitagorici: il corpo veniva incenerito, con i resti sepolti direttamente nella terra, senza corredo funebre o con un semplice oggetto simbolico: una sorta di metaforico ritorno alla madre Terra. Alcune tombe a forma di barca funeraria attestano ulteriormente la credenza in un altro mondo verso il quale il morto doveva navigare; per alcuni studiosi, a differenza di quanto abbiamo detto all'inizio della nostra trattazione, anche il misterioso tempio di Stonehenge, composto di monoliti, sembra fosse un cimitero: due pietre verticali e parallele, coperte da una terza pietra orizzontale, sembra avessero dei buchi per il passaggio delle anime. Con la graduale conversione al cristianesimo scomparve gradualmente la tradizione druidica: si interruppe la trasmissione della sapienza sacra all'interno della classe dei druidi e pertanto terminò la religiosità celtica. Quanto di vivo e spiritualmente vitale esisteva ancora nella religiosità e nella cultura celtica si calò e si fuse nel cristianesimo. Molte sono le vestigia lasciate da questa importantissima Civiltà! Sono sparse in buona parte dell'Europa e molte anche nell'Italia, soprattutto settentrionale.

A Coligny, per esempio, nella regione dell' 'Ain, abitata un tempo da una popolazione denominata " Galli Ambarri", furono ritrovati, in un pozzo dei frammenti di una tavola di bronzo, le cui incisioni riproducevano la sequenza dei giorni di un calendario; insieme alla tavola in questione, fu rinvenuta una statua di Marte, alta un metro e settantaquattro centimetri; tali reperti, attualmente custoditi presso il Museo della Civiltà Gallo - Romana di Lione - Fourviere, non sono gli unici rinvenuti nello stesso periodo. Infatti, nel 1807, nei pressi del Lago d'Antre, alcuni archeologi hanno ritrovato un piccolo frammento (purtroppo, andato perduto) con incisioni simili a quelle trovate a Coligny, Non solo, ma nel 1967, Approssimativamente nello stesso luogo, furono trovati, da Lucien Lerat, otto frammenti che con buona probabilità appartenevano alla tavola del calendario di Villards d'Heris. Molti esperti del settore si sono occupati della ricostruzione e della decodifica di questo calendario. I più importanti sono stati: l'irlandese Mc Neill ed il francese Daviet per quanto concerne le prime interpretazioni. I primi a completare, invece, il restauro del calendario furono A. Duval e G.Fineault, nel 1960, i quali ricostruendo i frammenti mancanti, riuscirono a restituirne fedelmente la struttura originaria. In questo modo è stato possibile avere a disposizione la sequenza completa dei giorni e dei mesi lunari nel corso dei cinque anni che vi sono rappresentati. Ovviamente esiste un certo margine di incertezza per quanto riguarda la ricostruzione delle iscrizioni presenti sui frammenti mancanti. Dopo numerosi studi, taluni dei quali ancora in atto, il calendario viene fatto risalire al II secolo d.C., in piena epoca gallo - romana. Tuttavia, gli studiosi sono concordi nel ritenere che esso sia stato inciso, prevalentemente, per scopi liturgici pagani e quindi possa riprodurre fedelmente il calendario tradizionale celtico correntemente in uso alcuni secoli prima. La ricostruzione del calendario non è stata ancora completata dal punto di vista strettamente epigrafico in quanto la maggior parte delle iscrizioni in lingua gallica e caratteri latini non sono state ancora decifrate. Lo stesso accade per quanto riguarda la comprensione dei meccanismi e delle regole adottate sia per quanto riguarda la sua progettazione sia per quanto concerne il suo funzionamento e l'uso che ne veniva fatto dai Druidi gallici. I mesi le cui quindicine erano complete (30 giorni) sono classificati: come MAT cioè fortunati (MATV in lingua gallica); mentre quelli con 29 giorni sono etichettati con il termine gallico ANMAT che significa " infausto". Fa eccezione il mese di Equos che è un mese "Anmatv" ma dura 30 giorni. La prima quindicina, durante la quale la Luna raggiungeva il plenilunio, era ritenuta un periodo di luce, mentre la seconda quindicina centrata sul novilunio era ritenuta un periodo di buio. Le due quindicine sono separate dalla parola gallica ATENOVX (ritorno alla Luna nuova, ritorno al buio, rinnovamento. La quindicina posta dopo ATENOVX comprende il novilunio e quindi di fatto è il periodo dell'oscurità, mentre la prima quindicina comprendente il plenilunio era il periodo della luce.

Il Calendario di Coligny è suddiviso quindi in cinque anni lunari composti da cinque sequenze dei 12 mesi sinodici più due mesi supplementari di 30 giorni; ciascuno per un totale di 62 mesi. Si presume che i due mesi addizionali servissero per conciliare il tempo misurato basandosi esclusivamente sulla successione delle fasi della Luna, con quello misurato tenendo conto del moto apparente del Sole sulla sfera celeste durante l'anno. La struttura di questo particolare calendario solleva agli studiosi della materia alcuni interrogativi: perché' i Celti divisero l'anno lunare in 7 mesi da 30 giorni, più 5 da 29, ottenendo 355 giorni e non la soluzione bilanciata di 6 mesi da 29 e 6 da 30 che avrebbe permesso loro di ottenere una valutazione migliore della lunghezza media del mese sinodico lunare e l corretta lunghezza dell'anno lunare, cioè 354 giorni? perché' i Druidi decisero di codificare un ciclo lungo 5 anni? Da dove derivò la necessità di introdurre due mesi addizionali da 30 giorni ciascuno rappresentati sulla tavola uno ogni 30 mesi sinodici lunari Per quale motivo i Druidi utilizzavano anche un superciclo di 30 anni? L'accuratezza raggiunta da questo calendario era adeguata per gli scopi agricoli, sociali e rituali tipici della Società gallica del tempo? La decisione di utilizzare una sequenza di 7 mesi da 30 giorni e 5 da 29 giorni per ogni anno, dovette probabilmente rientrare in una logica ben precisa al fine di ottimizzare il valore della lunghezza del mese sinodico lunare noto ai Druidi. Il mese sinodico lunare, infatti, affermano gli studiosi del campo, durante l'età del Ferro contava in media 29.530.585 giorni solari medi, quindi oltre 29 giorni ma inferiore ai trenta giorni. Volendo ottenere questo valore si possono combinare linearmente un certo numero di mesi da 29 e da 30 giorni in maniera opportuna in modo da minimizzare l'errore di valutazione. Se si studiano le varie combinazioni di 29 e 30 giorni si scopre che una buona approssimazione del mese lunare, per difetto, si ottiene combinando 6 mesi da 30 giorni con 6 mesi da 29, realizzando un mese lunare sinodico medio pari a 29.5 giorni e quindi un anno lunare lungo 354 giorni, che è molto vicino al valore vero di 354.37 giorni. La scelta che i Celti adottarono e codificarono sul Calendario portava, invece, ad un anno lunare più lungo di un giorno essendo costituita da 5 mesi, da 29 giorni di più e 7 da 30 giorni ciascuno. La lunghezza media del mese sinodico risultante da questa combinazione è 29.58 giorni. Dalle loro misurazioni, i Druidi si erano accorti che la lunghezza del mese sinodico lunare sembrava fluttuare nel tempo intorno ad un valore medio, questo fatto lo rileviamo sperimentalmente dal calendario di Coligny esaminando la distribuzione delle annotazioni in gallico che generalmente accompagnano i giorni VII, VIII e IX delle due quindicine di ogni mese, nei quali la Luna si trovava alle sigizie. Occorre precisare che, da studi effettuati, la lunghezza effettiva della lunazione variava durante gli anni che vanno dal 500 a.C. al 400 a.C. tra 29.268 e 29.838 giorni solari con un periodo di 3307 giorni per effetto della variazione periodica dell'eccentricità dell'orbita lunare, che oscilla tra 0.045 e 0.065 sovrapposto ad un periodo breve di 413 giorni ( 1.13 anni, che è esattamente 1/8 del periodo lungo.

Studiando l'andamento della lunghezza della lunazione misurata dal primo quarto lunazione successivo ( cioè da un mese al successivo nel calendario celtico) su un intervallo di 800 -1000 anni si osserva una distribuzione bimodale con due picchi, il primo a 29 giorni e 8 ore e il secondo a 29 giorni e 17 ore che corrispondono a 29.333 e 29.729 giorni rispettivamente, mentre il valore medio pari a 23.53 giorni appare essere di norma il meno frequente. Se invece si studia l'andamento del mese sinodico misurato dal plenilunio al successivo oppure dal novilunio al successivo allora rileviamo nuovamente una distribuzione bimodale, ma questa volta i picchi cadono a 29.438 e 29.625. Cumulando le distribuzioni, gli storici hanno rilevato, che si ottiene di nuovo una distribuzione bimodale i cui picchi ora sono a 29.42 e 29.60 giorn La conclusione è che il mese sinodico lunare determinato sperimentalmente tendeva ad assumere questi due valori con probabilità quasi doppia rispetto al valore di 23.53 giorni. Passando a parlare dei Celti, nell'Italia settentrionale, occorre dire che furono rinvenute le tracce più remote dei loro insediamenti nella zona dei laghi prealpini, in quella regione chiamata Lepontia. La vasta area occupata dei primi insediamenti viene conosciuta come: la cultura di Golasecca, fra il settimo e quinto secolo a.C. dai reperti ritrovati ad Est del fiume Ticino emissario del Lago Maggiore. Ma come mai fu chiamata Golasecca? Una analogia forse con la scoperta archeologica avvenuta all'incirca lo stesso periodo dei ritrovamenti presso la Marne in Francia nella località chiama la "Gorge de Meillet" (gorge in francese significa gola) sito archeologico scoperto nel 1876, dove vi si trovarono molte tombe di guerrieri e alcuni carri, proprio come a Sesto Calende sul Ticino. Questo fa pensare che esista una analogia fra le due scoperte, visto che il toponimo "golasecca" non viene riportato in nessuna mappa. Lo studio di questa antichissima cultura databile a quella di La Tène, ha dato agli studiosi una importante possibilità per interpretare il contesto proto - celtico alpino. Non furono trovati interruzioni fra la prima presenza celtica a Sud delle Alpi e l'altra presenza extraterritoriale dello stesso gruppo etnico. In questo contesto si può facilmente dimostrare che le radici che formano questa cultura siano simili a quelle appartenente ai Campi dell 'Urne, presso Canegrate, risalente a trentadue secoli fa. Successivamente nei secoli successivi avvenne la grande immigrazione dei vari popoli nordici in Italia Settentrionale. I Celti e i Galli invasero tutta la pianura padana, fino al mare Adriatico a sud di Ancona). Si assistette anche ad una forte calata degli Insubri e Taurini, mentre i Salii e Cimbri della valle del Rodano varcarono le Alpi fino a Marsiglia.

In Lombardia, a Sud del fiume Adige, vi furono I Cernomanni, i Boii intorno a Bologna, i Lingones alla foce del fiume Po, i Sernoni, che fondarono Sena Gallia (Senigallia). Secondo gli storici, i Celti non fondarono città vere e proprie come i greci e i romani, ma fortificazioni dal nome Hill Fort (forti sulle colline) e villaggi agricoli circondati da fossati, protetti dalle oppide le quali potevano essere delle semplici palizzate oppure dei veri e propri baluardi in pietra a muraglie in pietra. Dal punto di vista bellico, occorre dire che il confronto militare fra Celti e Romani continuò fino all'epoca di Augusto. Essi non combattevano in terreno aperto o a difesa delle fortificazioni, ma praticavano la guerriglia e l'imboscata, favorevole alla guerra di montagna dalle impenetrabile foreste che coprivano tutto l'arco alpino. I Celti, erano un popolo molto forte e preparato e la loro cavalleria godeva di vasta fama in tutti i paesi balcanici. Il cavaliere celta disponeva di un corredo efficace e pratico: l'elmo di bronzo dalla forma come quella odierna dei giocatori di polo, con paraocchi che gli scendevano fino al collo. Una lancia dalla punta palmata, la lunga spada e lo scudo romboidale. Niente armatura. I fanti che preferivano combattere e petto nudo portavano un mantello sulle spalle, lancia e spada; - la lancia a volte era seghettata per infliggere ferite mortali al nemico- ed uno scudo di cuoio. I guerrieri celti, inoltre, indossavano: pantaloni e sandali di cotone con suole morbide come i mocassini adatti alla corsa. Malgrado, fossero peggio equipaggiati dei Romani, essi si potevano muovere velocemente su per i pendii e dentro nelle foreste. Tre secoli prima dell'avvento di Cristo, i Celti cisalpini avevano inventato, precorrendo i tempi, le moderne forze mobile di pronto intervento. In seguito i Romani dovettero anche subire la strategia dell'attacco combinato fra la cavalleria e la fanteria celtica nella battaglia del Ticino. I loro rituali funebri sono molto simili a quelli usati dagli antichi etruschi, infatti, come gli etruschi, fanno Apparire "il grifone" nei loro ornamenti; questo animale che non ha affinità con il culto degli uccelli del Nord Europa, lo si riscontra, invece, nella cultura mediterranea.

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