Esoterismo e tradizioni · Esoterismo

Esperienze esoteriche: prologo

Un giorno, mentre siamo in casa un po' assopiti sulla poltrona, improvvisamente troviamo una chiave che apre un passaggio segreto di cui ignoravamo l'esistenza. Il passaggio conduce a delle scale, le scendiamo e ci troviamo in un lungo corridoio scarsamente illuminato. È uno strano luogo e abbiamo un po' paura ma possiamo solo andare avanti perché' se ci voltiamo indietro è tutto buio e ci sembra d'aver perso l'orientamento. Man mano che proseguiamo la luce si fa più fioca, acceleriamo il passo e il respiro finché cominciamo a intravedere un piccolo bagliore in lontananza. Finalmente arriviamo alla fonte luminosa: è la luce che passa da una porticina socchiusa. Apriamo la porta e ci troviamo in una grande stanza dalle pareti trasparenti. Attraverso le pareti noi vediamo esattamente la nostra casa così come l'avevamo lasciata qualche minuto prima, vediamo anche i nostri cari, continuando a osservare vediamo, poi, il nostro luogo di lavoro, i colleghi, gli amici, la città in cui viviamo ma c'è qualcosa di strano: tutto ci è familiare eppure tutto è diverso. Quei luoghi, quelle persone che conosciamo così bene ci appaiono in una dimensione nuova. Ci accorgiamo di poter ascoltare i loro pensieri, le loro sensazioni, le loro emozioni e infine, focalizzando meglio lo sguardo, vediamo noi stessi assopiti sulla poltrona. Questa cosa ci spaventa molto, se siamo qui come possiamo essere lì? E mentre ci arrovelliamo in questo angoscioso dubbio, il "nostro noi assopito sulla poltrona" ci parla e ci racconta cose che non sapevamo o che non immaginavamo di sapere. Ora siamo più calmi, più consapevoli, ci ritroviamo, non si sa come, di nuovo sulla nostra poltrona, ci guardiamo intorno e ascoltiamo le voci dei nostri famigliari, così come accade tutti i giorni. Pensiamo di aver sognato ma sappiamo di non aver sognato, ci rendiamo conto di avere semplicemente contattato una realtà che poi non è così aliena dalla realtà del quotidiano: ne abbiamo solo variato l'angolazione, il punto d'osservazione, ne abbiamo visto, appunto, l'aspetto esoterico.

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Un po' di storia recente

Verso la fine degli anni settanta ci fu una crescita di interesse verso i fenomeni dell'occulto e dello spirito. Molti ex sessantottini, rivoluzionari e non, ex figli dei fiori, ex teorici della"canna" ed ex delusi in generale si riversarono sull'universo esoterico-spirituale. Del resto gli stessi Beatles, qualche anno prima, erano stati (anche in questo) pionieri col loro viaggio in India e la conoscenza del guru Maharishi che li aveva iniziati alla meditazione trascendentale. In quegli anni uscirono con successo i libri di Castaneda (per citarne qualcuno, "A scuola dallo stregone" "Viaggio a Ixtlan" "L'isola del Tonal") vere e proprie iniziazioni al mondo della magia e dell'occulto e fiorirono centri e associazioni dove si praticavano training di rilassamento, yoga, medicine alternative, astrologia e cartomanzia. Si aprirono le porte dell'Oriente: molti Maestri venivano dall'India in Europa ad insegnare le loro tecniche di meditazione. Molti esponenti della generazione sessantottina iniziarono ad andare in India alla ricerca della felicità. Naturalmente non era tutto oro quel che luccicava: alcuni presunti guru si dimostrarono alla fine solo dei ciarlatani in cerca di facili guadagni. Ma c'erano anche quelli "veri", che avevano alle spalle un vissuto personale di ricerca e pratica spirituale, in grado, quindi, di trasmettere un insegnamento. Fu importante, a quell'epoca, il movimento dei Sanniasi o "Arancioni" che facevano capo al guru Raijnesh. Questi aveva fondato a Poona, vicino Bombay, un grande ashram (centro spirituale) che raccoglieva buona parte di quella generazione di cui parlavo. Nel centro si praticavano tecniche "miste", in parte di derivazione orientale e in parte occidentale, per cui si andava dalle terapie di gruppo (tipo Reich) al tantrismo, alla meditazione ecc. Fece scalpore fra i Sanniasi la pratica del libero amore che Raijnesh (come tutta la cultura induista) intendeva come una fase iniziale di approccio nel lungo cammino spirituale. Del resto il senso del Kamasutra o delle raffigurazioni erotiche dei templi di Kajurao in India è che si può accedere al mondo spirituale solo dopo aver vissuto e quindi consumato tutta la parte fisica, carnale del nostro essere.

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La storia di Raijnesh e dei suoi "Arancioni" finì malamente quando il guru volle incautamente fondare un nuovo ashram nell'Oregon, paese troppo americano e troppo tradizionalista per poter accettare un tale sovvertimento delle regole da parte di una comunità estranea. Ci fu un penoso episodio conclusivo, con la segretaria di Raijenesh che scappa con tutto il denaro del centro, Raijnesh stesso che, per la delusione, si ritira eremita in India, i Sanniasi che si ritrovano improvvisamente sbandati nel mondo e senza più un punto di riferimento. In Italia la corsa allo spirituale si manifestò con fenomeni controversi come quello della santona Mamma Ebe e del suo gruppo di adepti, o della mistica sudamericana Carolina che faceva corsi collettivi di guarigione, tramite i quali tutti potevano (teoricamente) diventare pranoterapeuti. Ci furono però anche fenomeni più propriamente religiosi come la scoperta del buddismo (a Pomaia, in Toscana sorse un centro ancora oggi esistente), o dello zen praticato al centro di Scaramuccia, nel Lazio, sotto la guida del maestro Mario, ex alpinista. Accanto a questi pullularono in tutto il paese innumerevoli associazioni dedite chi allo studio e alla ricerca, chi alla pratica occulta, nel bene e nel male. Affascinato dal "mistero", anch'io, in quegli anni, mi dedicai a una parte del vasto repertorio esoterico: Jung, Steiner, l'alchimia, il taoismo, i Ching, l'agopuntura cinese. Frequentavo un centro dove si facevano pratiche di meditazione, concentrazione mantrica, scrittura automatica, tecniche di pranoterapia, studio delle vite precedenti in relazione al karma. E fu in questo clima che nel 1981 nacque il mio primo viaggio in India col gruppo di aderenti a questo centro.

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Sathia Sai Baba: l'uomo dei prodigi

Avevo sentito parlare di Sai Baba da una musicista americana che frequentava il centro. Per lei, che aveva avuto modo di vederlo, Sai Baba era Dio. Più in là avrei scoperto che non solo lei ma migliaia di persone in tutto il modo affermavano la stessa cosa: quindi o era un fenomeno di suggestione di massa o c'era del vero. Si raccontano molte storie su di lui: un mio amico sensitivo affermava di aver sognato, qualche anno prima, un individuo sconosciuto dalla capigliatura folta e crespa che, in seguito, guardando una foto di Sai Baba, aveva identificato in lui. E sono molti i casi di persone che l'hanno sognato senza avere la più pallida idea di chi fosse. C'è anche chi giura di averlo visto in un posto mentre contemporaneamente il guru si trovava da un'altra parte. Il fenomeno più eclatante che accompagnava il mito di Sai Baba era la sua capacità di materializzare le cose dal nulla, in particolare una polvere grigiastra, chiamata Vibuthi, a cui si attribuivano poteri di guarigione. Erano molti, infatti, i malati che, da tutto il mondo, andavano da lui in India con la speranza di guarire. Naturalmente, come in tutti i fenomeni del genere, c'era anche chi parlava male di Sai Baba, dicendo che era un impostore, che aveva poteri demoniaci ecc. Io nn avevo un'opinione precisa allora e, a tutt'oggi, dopo vent'anni, credo di non avercene ancora una, solo che non mi pongo più interrogativi sulla sua natura: che sia o non sia Dio, non cambia assolutamente nulla nella mia vita. Il problema per me non è tanto sapere chi sia Sai Baba o chi fossero Cristo, Budda, Maometto, Zoroastro, o quanti altri hanno contattato delle realtà superiori, ma che riflesso hanno in noi le esperienze di questi uomini che sicuramente erano degli individui straordinari. Posso, quindi, dire che gli incontri con Sai Baba sono sempre stati di grande intensità e che, in qualche modo, i miei viaggi in India hanno segnato delle tappe fondamentali nella mia storia personale. Prima di partire vidi un filmato molto interessante sulla sua vita. Si raccontava di quando, ancora bambino, giocava coi suoi amici a materializzare i frutti da un albero che oggi è diventato una specie di piccolo santuario, meta di pellegrinaggio.

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O di quando, a quattordici anni, in pericolo di vita per la puntura di uno scorpione, si era risvegliato dal coma dicendo di essere la reincarnazione di un santo morto otto anni prima e di avere una missione da svolgere per l'umanità. Il filmato mostrava anche un altro incredibile fenomeno: da un vaso capovolto tenuto da un suo devoto, Sai Baba faceva uscire una cascata continua di vibuthi, come un fiume ininterrotto di lava che esce dal vulcano. Queste sue straordinarie virtù avevano inizialmente attirato grande curiosità e molta gente da varie parti del mondo andava in India armata di macchine fotografiche e telecamere nel tentativo di scoprire eventuali trucchi, tentativi, a quanto risulta, sempre vanificati. Io ho avuto modo, durante i miei viaggi, di assistere a diverse materializzazioni: anelli, fotografie, japamal (una specie di grosso rosario) cose che, certamente, ogni bravo illusionista potrebbe fare. Mi impressionò, però, un giorno, la materializzazione della vibuthi perché ero molto vicino a lui e la vidi come trasudare dal palmo della sua mano e poi distribuirla ai suoi devoti.

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All'Ashram di Sai Baba

Andammo in India ad agosto nella stagione delle piogge. Sai Baba si trovava all'ashram di Whitefield, vicino Bangalore (l'ashram più importante è a Puttaparthy, suo villaggio natale). La vita dell'ashram è scandita dal darshan (visione) che avviene due volte al giorno (alle otto del mattino e alle quattro del pomeriggio): Sai Baba passa fra i suoi devoti seduti per terra all'indiana e li guarda, raccoglie le lettere che questi gli porgono (ma non tutte: alcune le rifiuta), ogni tanto si ferma a parlare con qualcuno, ogni tanto materializza qualcosa a qualcuno. Poi chiama un gruppo di devoti o anche singole persone e li riceve privatamente. Due volte a settimana (il giovedì e la domenica) questo rituale è completato dai bajans (canti devozionali). Quando arrivai all'ashram, campeggiava ovunque la raffigurazione di un cerchio con al centro una Ohm e intorno i simboli delle cinque principali religioni (Cristianesimo, Buddismo, Induismo, Islamismo, Zoroastrismo) a significarne la parità di importanza e considerazione per ogni fede ma anche il loro superamento in una religione unica che è, poi, la religione dello spirito. Arrivammo in tempo per il darshan del pomeriggio e finalmente lo vidi per la prima volta: un uomo di carnagione olivastra, alto poco più di un metro e mezzo, vestito con un saio arancione, con una folta capigliatura crespa (alla Maradona prima maniera, per intenderci) che somigliava più a quella di un africano che di un indiano. Aveva la camminata lenta e felpata di un felino, pronto a scattare improvvisamente di lato per non farsi toccare dai devoti più esuberanti. Proprio quel giorno, stranamente, Sai Baba decise di ricevere tutti gli Italiani: eravamo circa una sessantina e ci fecero entrare in una grande sala. Sai Baba parlava in inglese tradotto da Antonio Craxi, fratello del più noto Bettino, che si occupava allora dell'organizzazione dell'ashram. Mi colpì la sua voce calda, quasi cantante, la decisione con cui parlava e la sua natura chiaramente portata all'ironia soprattutto quando "beccava" qualcuno dei presenti. In altre parole sembrava l'amicone che tiene allegra la compagnia, esattamente il contrario di quanto ci si aspetterebbe da un'asceta. Ma poteva, da un momento all'altro, cambiare espressione e diventare per qualche attimo impenetrabile: lì capivi che finiva l'amicone e subentrava qualcos'altro di imponderabile.

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A un certo punto del discorso cominciò a ruotare velocemente la mano ed apparve un anello che donò a una donna del gruppo. Poi venne in aiuto di Craxi che non riusciva a tradurre un termine, suggerendoglielo: "Intelletto", disse e ci fu una risata generale. Quella notte feci un sogno particolare: giocavo a calcio con Sai Baba, io gli tiravo la palla e lui me la rimandava con una parabola perfetta. Più in là ne avrei capito il significato: "tutto quello che mi dai io ti restituisco" che, in senso lato, significa "la vita ti dà per quanto tu dai alla vita" oppure "ogni azione che compi ha un ritorno preciso". Concetti, questi, basilari in un cammino spirituale. I giorni successivi passarono molto simili l'uno all'altro. La vita all'ashram era sempre la stessa: ci si svegliava presto la mattina, verso le sei, per andare a mettersi in fila per il darshan. Le file venivano sorteggiate e naturalmente tutti speravano di capitare davanti per poter assistere da vicino al passaggio del guru. Finito il darshan si parlava con gli amici o con altri devoti, si mangiava alla mensa, ci si ritirava poi nelle proprie stanze e si usciva di nuovo per il secondo darshan. La sera verso le nove e mezzo generalmente si andava a dormire. Trascorsero quindici giorni senza che avessimo più incontri, anzi la sensazione era che Sai Baba si disinteressasse completamente a noi come se non esistessimo e non ci avesse mai ricevuto. Lo strano della vita nell'ashram è che si ridiventa bambini con gli stessi impulsi e le stesse pretese tipiche dell'infanzia: ognuno avrebbe voluto il guru tutto per se ma eravamo per lo meno in tremila a desiderare la stessa cosa. Quindi si viveva molto di speranze: essere chiamati o almeno guardati durante il darshan, avere un segno di interesse da parte sua, riuscire a capitare in prima fila o a farsi accettare una lettera. Man mano che passava il tempo cominciava a sfuggirmi il senso della mia presenza in quel luogo che, a rigore di logica, poteva anche essere un raduno di folli o fanatici in adorazione di un presunto santo o Dio che fosse. Con queste considerazioni per la testa scrissi una lettera a una mia amica esprimendole i dubbi che mi salivano alla mente sempre più numerosi "Qui non succede nulla di eclatante e comincio ad annoiarmi" le dissi.

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Quella sera, sull'onda del rifiuto-India che m'aveva preso, andai a mangiare in un ristorante occidentale con alcuni amici del gruppo. Il mattino dopo mi svegliai con la febbre a 40°, stavo malissimo, ero convinto di avere la malaria e avevo una forte angoscia di morte. Proprio quella mattina il mio amico sensitivo, tornando dal darshan, mi venne a dire che Sai Baba aveva ricevuto il nostro gruppo e che aveva materializzato un dolcetto a tutti facendone, però, stranamente uno in più (loro erano in dodici, lui ne aveva materializzati tredici). Secondo il mio amico quel dolce che avanzava l'aveva fatto per me. Dopo tre giorni guarii con antinfiammatori e antipiretici (non avevo la malaria ma una semplice faringite come mi disse un medico indiano stupito dal fatto che mi volessi ricoverare). Ripensai a tutta la vicenda, ai dubbi espressi nella lettera e al sogno della prima notte e conclusi che Sai Baba mi aveva dato una risposta precisa, comprensiva di burla finale: avevo avuto la febbre, erano stati ricevuti i miei amici e m'era pure stato fatto un "regalino", in pratica era successo di tutto proprio dopo aver detto che in quel posto non succedeva mai niente di "eclatante"! La lezione sicuramente era servita ma evidentemente mancava ancora la ciliegina sulla torta che puntualmente arrivò il giorno prima della nostra partenza. Insperatamente, Sai Baba ci convocò di nuovo. Era passato un mese dal primo incontro e finalmente c'ero anch'io. Ci fece entrare in una saletta molto piccola dove ci sedemmo per terra (è quasi scontato in India) stipati l'uno con l'altro, poi chiese a uno a uno di porgli delle domande. Quando toccò a me gli espressi un mio cruccio di allora (avevo uno studio medico che non andava come speravo) "Sai Baba - dissi - io sono medico ma ho pochi pazienti". "lo so - rispose in inglese - il fatto è che spesso tu sei più paziente che medico!" I miei amici scoppiarono a ridere: il riferimento a quello che m'era accaduto qualche giorno prima era evidente.

(Continua)

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Puttaparthy

Quattro anni dopo mi imbarcai per la seconda avventura indiana. Partii il giorno di Natale del 1985 gettando nello sconforto i miei famigliari: loro, molto legati alle tradizioni, si sentivano traditi da questa mia fuga e, soprattutto, non comprendevano il motivo per cui dovessi andare in India. In realtà non lo comprendevo bene nemmeno io, sapevo solo che stavo attraversando un momento buio e forse speravo in un'illuminazione.
Stavolta, dopo un breve e piacevole soggiorno a Whitefield (il clima era fresco e la sera si stava col maglione), Sai Baba decise di andare a Puttaparthy, così tutta la carovana dei devoti si mise in moto per il trasferimento. Occorrevano circa quattro ore e mezza di viaggio, tra vacche, carretti e strade dissestate che mettevano a dura prova i vecchissimi taxi indiani e soprattutto i loro fatiscenti pneumatici (infatti quelli del nostro taxi si bucarono).
Puttaparthy si trova in una zona desertica del sud dell'India e quindi la temperatura è elevata anche d'inverno. È un villaggio poverissimo che, tuttavia, ha beneficiato enormemente, negli anni, della presenza dell'ashram con l'inevitabile flusso di devoti e curiosi che ne derivava. In questo senso Sai Baba è stato un vero "miracolo" per la piccola economia locale che ha potuto risollevarsi col commercio di gadget, piccolo artigianato, pietre e abbigliamento (soprattutto i punjab e i sahari¹ che i devoti comprano per presentarsi adeguatamente all'ashram).
Quando entrai in Prasanthi Nilayam² ebbi una sensazione molto diversa rispetto all'ashram di Whitefield. Al centro campeggiava il mandir, luogo di culto e, al tempo stesso, dimora di Sai Baba. Predominavano i colori pastello con decorazioni tipicamente induiste che raffiguravano le varie divinità ma, soprattutto, c'era un'atmosfera densa di qualcosa che portava ad una dimensione quasi irreale.
Poco dopo il nostro arrivo, anche se l'ora era inusuale, venne comunicato che ci sarebbe stato il darshan pomeridiano. Ci schierammo tutti in attesa davanti al mandir poi, improvvisamente, le cornacchie (molto abbondanti in quel luogo) cominciarono a fare un frastuono incredibile e al culmine Swami³ comparve dal tempio.
Qualche giorno più tardi venimmo ricevuti: eravamo circa una diecina di persone seduti per terra in una stanzetta attorno a lui; io gli ero proprio di fronte a una cinquantina di centimetri e potevo scrutarlo in ogni particolare. Mi aveva sempre impressionato la sua estrema mutevolezza fisiognomica: nonostante avesse allora cinquantanove anni, Sai Baba ne dimostrava, senza esagerare, una quindicina in meno. Alcune volte, però, sembrava più vecchio e appesantito, alle volte, invece, snello e scattante come una gazzella. Anche la sua espressione cambiava continuamente: a volte severa, dura, a volte, invece, sorridente e affabile, talvolta gli avevo visto perfino assumere l'aspetto di una donna. Vorrei precisare, a scapito di ogni equivoco, che queste sensazioni non erano solo le mie ma di molte persone che stavano lì.
Quel giorno mi era sembrato incredibilmente giovane. Appariva di ottimo umore e cominciò a fare domande a ciascuno di noi: io, naturalmente, aspettavo con ansia il mio turno. A un certo punto, tra le mani che teneva congiunte, gli vidi comparire delle foto che poi distribuì a tutti noi. Subito dopo fece un ampio gesto col braccio e dal palmo della mano, come se vi fosse letteralmente appeso, apparve un japamala (rosario induista) che donò a un devoto. Lo strano è che, quando sei lì davanti, tutti questi fenomeni appaiono estremamente naturali e dopo un po' non ci fai quasi più caso. Swami continuava a parlare con gli astanti e ogni volta che, durante una pausa, tentavo di dirgli qualcosa riprendeva il discorso con qualcun altro: questa situazione durò qualche minuto e tutti i miei tentativi di parlare con lui erano costantemente vanificati. Alla fine ci congedò molto cordialmente, mi stampò la vibuthi sulla fronte a mo' di francobollo e io mi ritrovai all'esterno del mandir a vivere uno stato di profonda frustrazione per non aver avuto la possibilità di comunicare con lui.


¹ Il punjab è un tipico abito indiano costituito da una casacca e da pantaloni larghi provvisti di laccetti alla vita. Il sahari, invece è, da millenni, l'abito nazionale delle donne indiane, celebre per la sua eleganza e i suoi meravigliosi colori.
² Questo è il nome dell'ashram di Puttaparthi
³ Così viene confidenzialmente chiamato Sai Baba dai devoti

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Chiunque, almeno una volta nella vita, ha subito un rifiuto e ha, dunque, sperimentato il dolore che ne deriva, un dolore che va a colpire direttamente il nostro Ego, il nostro orgoglio e, quindi, la nostra presunzione. Mai come in quel luogo ho visto professionisti, notabili, imprenditori ridotti ai minimi termini, perfino ridicolizzati dagli atteggiamenti di Sai Baba. Forse, al di là delle sterili questioni se sia o non sia Dio, se sia un prestigiatore o un santo, quello che conta è che ognuno a Puttaparthy, dove la vita scorre in modo semplice e ripetitivo, si ritrova avvolto da un vortice di emozioni, sensazioni, sentimenti che lo mettono di fronte a se stesso come raramente gli accade nel suo quotidiano. È un luogo dove la nostra anima, generalmente sacrificata dalla routine a cui siamo abituati, può finalmente riemergere e diventare protagonista assoluta della nostra vita.
Così mi ritrovai a piangere come un bambino che ritiene di aver subito un torto. Un mio amico, allora, mi si avvicinò dicendomi "Perché non provi a scrivergli una lettera?"
Durante il darshan i devoti consegnano richieste, oggetti da benedire e soprattutto lettere: Sai Baba non le prende tutte, alcune le rifiuta anche se non se ne sa il motivo. Poi c'è il discorso delle file: a volte si arrivava fino a quindici file di persone e, oggettivamente, chi stava davanti aveva sicuramente più speranze che i suoi messaggi venissero accolti.
Scrissi la mia lettera e, per la prima volta da quando ero lì, capitai in prima fila. Pensai che fosse un segno del destino. Vedevo Sai Baba avvicinarsi lentamente verso di noi, dopo essersi intrattenuto col gruppo delle donne e mi preparavo a consegnargli la lettera. Quando mi fu davanti feci appena in tempo a fare un impercettibile movimento col braccio che fui sommerso da una marea di braccia e mani di Indiani che si protendevano sopra di me per consegnare i loro messaggi. Rimasi con la lettera in mano mentre Swami si allontanava col suo pacco di lettere accolte: con molta autoironia pensai di essere irrimediabilmente affetto dalla sindrome di Fantozzi.
Il mio amico mi disse di non desistere, di tentare ancora perché forse non ero stato abbastanza deciso. Così ci riprovai: stavolta mi toccò la quattordicesima fila ma non mi sentivo demoralizzato per questo, ero pronto alla sfida e non avevo ormai più niente da perdere. Quando Sai Baba passò nei paraggi mi alzai in piedi e, senza esitazione, cominciai a scavalcare le file che mi precedevano come facevano gli Indiani. Mi sembrava di non arrivare mai ma non mi fermai. Swami mi guardò in mezzo a un nugolo di persone che s'agitavano e m'attese finché gli consegnai la lettera.
Fu il dono più bello che potessi ricevere in quel momento e un altro grande insegnamento, quello dell'umiltà: solo mettendo da parte la pretesa, il proprio orgoglio e lottando con fede anche quando le cose sembrano mettersi contro si può raggiungere lo scopo.
Subito dopo andai a sentire la conferenza di un certo Kasturi, vecchio professore di filosofia che aveva seguito passo passo tutta l'ascesa spirituale di Sai Baba. Raccontava di come, da ragazzo, Sathia portasse i suoi devoti ai piedi di un albero di tamarindo e ne cogliesse dai rami frutta di ogni tipo: arance, mele, mango, pere ecc. lasciando i suoi amici stupefatti (ancora oggi esiste questo "Albero dei Desideri" nei pressi del villaggio ed è diventato un luogo di culto) o di quando, a quattordici anni, risvegliatosi da uno stato comatoso dovuto a una grave malattia, affermasse di essere la reincarnazione di Sai Baba di Shirdi¹ e di avere una missione da compiere per l'umanità. Naturalmente tutti l'avevano preso per pazzo, soprattutto i genitori che avevano previsto per lui studi e carriera ma non c'era stato niente da fare: Sathia, irremovibile, aveva lasciato la famiglia sostenendo che la sua famiglia era ormai l'umanità e che ad essa soltanto lui doveva pensare.
Nei trattati di psichiatria questi atteggiamenti sono definiti come deliri mistici e catalogati come psicosi paranoiche. L'elenco dei malati sarebbe, quindi, lungo a cominciare da Gesù Cristo, Budda, Maometto, per passare poi ai santi, Francesco d'Assisi, Teresa d'Avila, Padre Pio ecc.
Fatto sta che Sai Baba, con un piccolo seguito di adepti, aveva cominciato a svolgere la sua missione e che dal niente, in quello sperduto villaggio nel deserto, erano nati, a poco a poco, un tempio, delle scuole per vincere la piaga dell'analfabetismo, alloggi e ristorazioni per accogliere i pellegrini che cominciavano ad arrivare e poi, negli anni, scuole superiori, colleges universitari, un ospedale, campi sportivi, il planetario e ancora alloggi più confortevoli per accogliere le migliaia di persone che, a tutt'oggi, arrivano a Puttaparthi da tutto il mondo.
Mentre Kasturi raccontava la vita di Sai Baba ebbi un'emozione fortissima, mi sentivo pervadere da un'energia prima sconosciuta e questa sensazione continuò molte ore dopo la conclusione della conferenza, mi sembrava di galleggiare nell'aria in uno stato euforico che avevo sentito descrivere solo dai fumatori di hashish o marijuana. A poco a poco compresi che era una sensazione simile allo stato di innamoramento e che quella strana energia da cui mi sentivo avvolgere aveva un solo nome: amore. Non era una conclusione logica a cui ero arrivato ne' un'infatuazione ma un'esperienza reale che coinvolgeva tutto il mio essere, una profonda presa di coscienza.
Grazie a questa esperienza, tornato in Italia, presi delle decisioni importanti che avrebbero radicalmente modificato la mia vita. L'avrei potuta modificare lo stesso? Nessuno può dirlo con certezza, so solo che quello che avevo vissuto in India fu un catalizzatore fondamentale, mi dette la spinta necessaria a fare un salto che probabilmente avrei impiegato molto più tempo a fare.


¹Un guru morto otto anni prima

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E Dio scivolò su una saponetta

Nel 1988 partii per quello che, a tutt'oggi, è rimasto il mio ultimo viaggio in India. Eravamo un discreto gruppo di persone (circa una ventina) e avevamo già fatto insieme diverse esperienze esoterico-spirituali. Arrivati a Puttaparthi decidemmo di vestirci tutti uguali per dimostrare una compattezza di gruppo e somigliare di più ai devoti appartenenti ai Centri Sai Baba sparsi nei vari paesi: non era spirito di emulazione ma un semplice stratagemma per sperare di essere, così, più facilmente ricevuti da Swami. Gli altri gruppi, infatti, quelli dei devoti "ortodossi", venivano ricevuti spesso, probabilmente perché i loro Centri erano rigorosamente votati a Sai Baba (e quindi omologati) mentre il nostro, come già detto, si occupava anche di altro, o forse per motivi che ci sfuggivano.
Generalmente i devoti "ortodossi" erano vestiti con i tipici punjab bianchi, mentre le devote
indossavano eleganti sahari. I maschi avevano, inoltre, un fazzoletto colorato al collo: la variazione del colore sanciva, in genere, l'appartenenza a questo o quell'altro Centro.
Noi, pur nell'ansia strategica di avvicinarci al look dei devoti "ortodossi", non avevamo, però, potuto far a meno di distinguerci per cui avevamo comprato tutti dei punjab azzurri, donne comprese (un po' come il lupo che non ce la fa proprio a diventare agnello).
Nonostante ciò, non riuscivamo a ottenere il risultato sperato per cui serpeggiava inevitabilmente un certo malumore nel gruppo. Un giorno ci riunimmo tutti per discutere sui grandi temi della ricerca spirituale: il Principio Creatore, l'Universo, l'Uomo. Facendo parte di un centro di ricerche esoterico-spirituali, non poteva bastarci un mero discorso di fede ma, necessariamente, dovevamo avviarci su un percorso di conoscenza. L'occasione di avere di fronte un uomo che si definiva un'incarnazione divina era troppo importante per lasciarsela sfuggire. Individuammo, quindi, delle questioni da porre a Sai Baba, il cui senso si riassumeva pressappoco così: "La tesi è che l'uomo, come tu dici, debba trovare Dio dentro di sé e che la sua vita o, meglio, le sue varie vite terrene, debbano servire a questo scopo, cioè a fargli comprendere che egli stesso è Dio. È, allora, necessario che l'uomo-ricercatore di Verità, non si limiti a un atto di fede ma conosca Dio, la sua natura, per capire meglio se stesso. Perché, ad esempio, se tu sei Dio e hai creato l'universo e le leggi che lo regolano, non hai potere sulla vita e dovrai morire anche tu?"
Il giorno dopo Swami non uscì per il darshan e questo era un fatto molto strano. La stessa cosa accadde il giorno successivo ancora, per cui aveva cominciato a girare la voce che Baba stesse male. I devoti erano abbastanza sconcertati: nessuno di loro poteva ammettere che un'incarnazione divina s'ammalasse. Ricordo che un mio amico che aveva avanzato quet'ipotesi era stato aggredito verbalmente da un devoto quasi avesse detto una bestemmia. Dopo un paio di giorni ci fu, però, la notizia ufficiale che lasciò nello sconcerto tutto l'ashram: Sai Baba era scivolato su una saponetta mentre faceva la doccia e si era fratturato un femore. Il nesso con la domanda che avevamo formulato balzò immediatamente agli occhi: ci aveva, dunque, risposto in questo incredibile modo?
Swami non apparve per molti giorni e, naturalmente, questo fatto aveva avuto delle ripercussioni notevoli visto che la vita dell'ashram era scandita costantemente dalla sua presenza. Ci aggiravamo un po' tutti come anime in pena pieni di interrogativi sul suo e sul nostro futuro: che significato aveva ciò che era accaduto? L'avremmo più rivisto prima della partenza? Conveniva aspettare o andar via?
Erano ormai passati più di quindici giorni, le notizie su Baba erano scarse: si sapeva solo che era rimasto a Puttaparthi ma di lui nessuna traccia. Decidemmo di fare un breve viaggio di due giorni per andare a Mysore a visitare la reggia del marajà (un posto dalle "Mille e una notte") e in un altro luogo dove erano conservate due testimonianze dei miracoli di Sai Baba: una sua icone che "emetteva" continuamente vibuthi e un nettare oleoso, chiamato amrita, che sgorgava a getto continuo da una sua medaglietta.
Quando tornammo nulla era cambiato a Prasanthi Nilayam ma venimmo a sapere che, di lì a pochi giorni, migliaia di devoti del Kerala¹ sarebbero venuti a Puttaparthi per una grande festa religiosa indiana. Correva voce che, per l'occasione, Baba sarebbe apparso in pubblico. In effetti cominciarono presto ad arrivare molti Indiani di ogni fede e casta: brahamini, sadhu, asceti ma anche studenti e famiglie intere.
Il giorno della ricorrenza venimmo radunati in un immenso padiglione: eravamo circa diecimila persone e l'attesa era grande. Improvvisamente s'aprì una porta e, fra un nugolo di "ooooh!", fece il suo ingresso Sai Baba su una carrozzella sospinta dai suoi assistenti. Giunto al centro del palco, fra lo stupore generale, si alzò in piedi: tutti sapevamo della sua frattura e lui non aveva nessuna ingessatura alla gamba. Iniziò a parlare con incredibile energia continuando così per circa due ore e senza mai sedersi: dopo una lunga introduzione su vari argomenti di carattere spirituale, cominciò a parlare di quanto gli era accaduto dicendo che le leggi fisiche hanno dei poteri e che Dio, pur avendo fatto lui stesso queste leggi, deve a loro obbedire. Disse di come, una volta scivolato nel bagno, si fosse alzato e avesse aperto la porta. Si era rifiutato di ricoverarsi in ospedale, come volevano i suoi medici ma aveva acconsentito a far arrivare nell'ashram un'unità mobile di raggi X con la quale avevano, poi, diagnosticato la frattura. I dottori gli avevano prescritto quattro settimane di riposo assoluto a letto ma lui non sapeva cosa fosse il riposo e non aveva bisogno di riposo. Non era suo dovere riposare quando migliaia di devoti erano venuti dal Kerala: il suo riposo era stare sul divano a leggere le tantissime lettere che riceveva ogni giorno. Descrisse (sempre in piedi) il dolore lancinante che provava e la sua capacità di sopportarlo col controllo della mente: il suo rimedio contro il dolore era distogliere la mente dal dolore stesso e rivolgerla ad altro, come stava esattamente facendo in quel momento parlando alle migliaia di presenti.
Ancora una volta, quindi, Swami ci aveva dato una grande risposta e una grande lezione: pur rimanendo ancora tanti misteri sulla natura divina, ci aveva dimostrato che la sofferenza umana può essere superata solo con l'azione, spostando quindi la mente su altro da quel dolore.


¹ Regione dell'India

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