1. Il mito di Atlantide riveste un significato tutto particolare all'interno dell'architettura filosofica di Platone. Atlantide viene descritta dal filosofo in due opere: il Timeo e il Crizia, quest'ultima rimasta incompiuta.
Nel prologo - raffigurato da Platone come giornata successiva alla descrizione della Repubblica -, Socrate ricorda quanto aveva detto il giorno prima sulla Città ideale approfondendo gli aspetti politici (ricordiamo che nel Timeo viene descritta da Platone la costruzione e la costituzione dell'Universo ad opera del Demiurgo. Non si può parlare di un vero e proprio dialogo, la struttura dell'opera acquista nel suo procedere la forma di un trattato sull'Universo. Solo nel prologo assistiamo alla conversazione fra Socrate e i suoi interlocutori). La prosecuzione del dialogo investe Crizia e Ermocrate che nel progetto di Platone dovevano essere gli omonimi dei rispettivi dialoghi. Di conseguenza il Timeo era il primo scritto facente parte di una trilogia: Il Timeo, Crizia ed Ermocrate.
In realtà, dopo il Timeo, Crizia ci è arrivato in modo frammentario e incompiuto mentre Ermocrate non è stato mai scritto.
Già nel Timeo Platone presenta, per sommi capi ma in modo essenziale, il contenuto del dialogo successivo, infatti Crizia narra un racconto proveniente da una tradizione antica.
Crizia lo aveva appreso dal nonno che a sua volta lo aveva appreso da Solone, il quale lo aveva appreso direttamente dai sacerdoti egizi che conservavano gli eventi memorabili nelle loro sacre scritture.
Ciclicamente, questi affermano, sulla terra si abbattono grandi catastrofi e in particolare diluvi che riportano gli uomini che si salvano ad uno stato primitivo, dimentichi di quanto è avvenuto in passato. Fanno eccezione gli egizi per la particolare posizione del paese e per il costume sacerdotale di conservare i fatti memorabili. Infatti Solone viene accolto da un sacerdote anziano con queste parole: " O Solone Solone! Voi Greci siete sempre fanciulli, e un Greco che sia vecchio, non c'è... voi tutti siete giovani nelle anime. Infatti nelle vostre anime voi non avete alcuna antica opinione che vi pervenga da una antica tradizione, né avete alcuna conoscenza che per il tempo trascorso sia ormai diventata canuta" (Timeo, 22 B)
Fra le cose memorabili conservate nei libri sacri dai sacerdoti egizi si trova la grande impresa condotta dall'antica Atene, prima dell'ultimo diluvio, contro Atlantide che stava conquistando molti territori sottomettendo a sé molte popolazioni: "In questa Isola Atlantide - racconta Crizia, - dunque, si era formata una grande e mirabile potenza di re, che dominava tutta quanta l'isola, e molte altre isole e parti del continente. E, inoltre, dominavano anche su regioni da questa parte dello stretto sulla Libia fino all'Egitto e sull'Europa fino alla Tirreina. Ebbene tutta questa potenza, raccoltasi insieme, tentò, ad un certo momento, con una sola mossa di sottomettere la vostra regione e la nostra e tutte quelle che stanno al di qua dello stretto" (25 A-B). Atene impedì che venissero sottomessi altri popoli ed anzi liberò quelli già sottomessi, respingendo gli atlantidi al di là delle colonne d'Ercole.
Tuttavia, in tempi successivi, a causa di diluvi e terremoti, in un solo giorno e una sola notte Atene e Atlantide scomparvero. Ma Atlantide per la sua posizione di isola, sprofondò nel mare per non mai più ricomparire: "Per questo anche ora quel mare è diventato impercorribile ed inesplorabile, essendo di notevole impedimento il fango profondo che produsse l'Isola, sprofondando" (25 D). Per un maggior approfondimento sul mistero di Atlantide rimandiamo al saggio ricco di dettagli "Il mistero di Atlantide" sempre su questo portale. Ciò che noi tenteremo è una analisi propriamente filosofica del mito che deve essere visto come un working in progress. Del resto in filosofia nulla è mai definitivo.
2. Notiamo subito che la descrizione del mito nel Timeo viene inserita fra la descrizione dello Stato ideale e la descrizione dell'Universo. Questa posizione non è posta a caso. All'ordine dell'Universo corrisponde un ordine morale e sociale all'interno della polis. Non a caso infatti il Timeo segue idealmente la Repubblica: " I punti essenziali - afferma Socrate - delle cose dette ieri da me intorno alla costituzione della Città erano questi: quale costituzione e ad opera di quali uomini mi sembrasse la migliore" (Timeo, 17c). Di conseguenza il mito verrà descritto il giorno successivo alla descrizione dello Stato perfetto, questo per due ragioni: annunciare che in tempi passati lo Stato perfetto si incarnava in Atene; descrivere come lo Stato perfetto si contrappose all'arroganza ed alla violenza degli Atlantidi e cioè, in ultima analisi, come la dike, la giustizia, si contrappone all'hybris, l'ingiustizia, anche nelle sue manifestazioni storiche. Ma ancora di più come la stessa hybris che colpì Atlantide trasformandola nel regno dell'ingiustizia la tempo di Platone minacci la stessa Atene. In tal senso la narrazione del mito è anche un monito.
Tanto il macrocosmo quanto il microcosmo devono essere retti dalla dike, la giustizia, cioè l'armonia che guida tanto l'agire umano nella costruzione della Repubblica quanto l'agire del Demiurgo nella costruzione dell'Universo.
Ed è proprio questo che viene descritto nel mito di Atlantide. Quest'isola è stata governata saggiamente dai discendenti di Poseidone e finché è stata retta nelle leggi del dio ha conservato la giustizia. Successivamente all'elemento divino è subentrata la corruzione umana, l'hybris, la tracotanza, che ha deviato gli atlantidi provocandone la loro rovina. Per quale motivo? Purtroppo Platone non concluse il Crizia e non ci è dato saperlo. Ma dai frammenti che egli ci ha lasciato del dialogo possiamo immaginare quella degli atlantidi come una civiltà al massimo del suo fulgore e quindi è facile pensare che questa civiltà sia crollata per implosione. La sua rovina è stata l'estrema raffinatezza che provoca la superbia e la tracotanza.
Il mito mette a confronto l'hybris e la dike. L'ordine è generato dal divino e tracciato dall'uomo che lo riconosce e il disordine, la disgregazione, è generato dalla superbia umana quando perde l'idea del divino.
Da questo punto di vista il mito ha un doppio significato: da un lato, pedagogicamente, Platone invita a realizzare quella società perfetta disegnata nella Repubblica con a capo i filosofi, gli unici che si pongono in ascolto del divino. I filosofi dello Stato ideale, come del resto i sacerdoti egiziani già visti precedentemente, hanno la funzione di conservare, di custodire, il rapporto col divino realizzando quella giustizia che lasciata alle sole forze dell'uomo svanirebbe perdendosi, "sprofondando", negli abissi. Nella concezione platonica dello Stato perfetto è premessa una subordinazione ad un'aristocrazia intellettuale e religiosa. Solo pochi sono capaci di armonizzare in sé una dimensione spirituale e sociale: i filosofi. Seguendo le parole del neokantiano Hermann Cohen possiamo dire che "Platone ha torto solo quando nega alla massa la capacità per la filosofia; egli ha ragione però quando prevede che non vi sarà pace sulla terra senza etica filosofica." (H. Cohen, L'ideale sociale in Platone e nei Profeti, in Filosofia e Teologia 1987-1996, p.214).
Allora la contrapposizione fra Atlantide e Atene è in definitiva un invito di Platone ai suoi concittadini di realizzare quello Stato perfetto che già c'era, evidentemente l'Atene nel mito, e nel quale gli ateniesi possono ritornare. Se questo è l'invito, Platone avverte anche i suoi concittadini ad allontanarsi da scelte politiche e sociali le quali, secondo lui, porterebbero la città alla rovina, così come è avvenuto per Atlantide. Il monito del sacerdote egiziano a Solone sulla giovinezza dei greci acquista così un carattere particolare (È da notare che Platone scriveva in un contesto politico estremamente complesso e drammatico, in cui si manifestava un nuovo modo di amministrare la politica e lo Stato staccato dalla tradizione aristocratica alla quale lo stesso Platone apparteneva).
Il dramma per gli ateniesi attuali è che non hanno memoria: questo è l'altro significato del mito. Infatti il rimando di Crizia al nonno, a Solone ed ai sacerdoti egiziani che raccontano cose "considerate antichissime" sono in realtà uno stravolgimento del tempo, un rimando ad un "altro" passato di cui nessuno ha memoria, la cui documentazione storica, scientifica, è quasi impossibile e che solo il mito, la leggenda può salvare dall'oblio. Non a caso sono dei sacerdoti ad avere questa memoria e non a caso sacerdoti egizi, legati da rapporti di amicizia con gli ateniesi. I sacerdoti come i filosofi hanno il compito di preservare il passato. Perché i sacerdoti come i filosofi sono consapevoli dei molteplici percorsi dell'anima.
Ma la funzione del mito, ha anche il compito di rivelare verità nascoste. Il mito non ha una funzione razionale quale quella della scienza o della filosofia. E mentre queste cercano il vero, il mito evoca il verosimile. La verità del mito non è la dimostrazione ma l'evocazione.
Il che, si badi bene, non significa che il mito sia semplicemente una favola senza fondamento, ma costituisce una descrizione parallela di quel processo che chiamiamo realtà. In più punti della intera opera Platone rileva questa distinzione. Nel Gorgia ad esempio egli dice: "...Ascolta, come si dice, un racconto molto bello, che tu considererai un mito, credo, ed io invece un discorso vero..." (Gorgia, 523 a). E ancora nel Timeo: "E dunque, o Socrate, se dopo che tanti hanno espresso così diverse opinioni intorno agli dèi ed all'origine dell'universo, non possiamo offrirti ragionamenti in tutto e per tutto logicamente coerenti ed esatti, non ti meravigliare; ma, purché non meno verosimili siano i nostri discorsi di quelli tenuti da altri, contentiamocene pure, ricordandoci che, io che parlo e voi che giudicate, abbiamo natura umana: sì che a noi basta, intorno a queste cose, accettare un mito verosimile, e non dobbiamo cercare più lontano" (Timeo, 29d: corsivo nostro). Come osserva Francesco Adorno: "Di qui la distinzione platonica tra 'verosimile' e 'vero': il vero è dovuto al ragionamento che si fondi su premesse 'vere'..., in senso 'formale', mentre il verosimile si fonda su presunte premesse, alle quali non si giunge dialetticamente, per cui restano 'ipotesi'; quel che segue, perciò, non è dedotto, ma è detto narrativamente (miticamente)" (F. Adorno, Introduzione a Platone, p.15). In tal senso solo chi non sa può assumere il racconto mitico come favola, come cieca fede irrazionale, ma chi sa, chi riesce a penetrare la patina superficiale per arrivare alla verità intuitiva del mito coglie un altro aspetto della realtà delle cose non normativo, come per la scienza, ma descrittivo.
Tuttavia, se Platone pone la distinzione fra verità normativa dettata dall'episteme e verosimiglianza della doxa, implicitamente riconosce a quest'ultima il valore che la tradizione greca le riconosceva, non a caso in ambito filosofico Martin Heidegger ha parlato di "pensiero poetante" riferendosi ai filosofi preplatonici. Tanto la filosofia quanto la mitologia nascono dalla poetica nel senso di poiein, cioè produzione. Ciò che la poetica produce è la verità, aletheia, nel senso che la poetica - e di conseguenza tanto al filosofia quanto il mito -, "fa essere", quel racconto degli dei e degli eroi che altrimenti sarebbe destinato all'oblio, lethe.
Se il valore del mito è nella sua capacità esplicativa della descrizione esso allora rimanderà ad altro: ad un significato più profondo della descrizione stessa che sedimenta una realtà vissuta dagli uomini nelle loro più segrete aspirazioni. Dice il filosofo Umberto Galimberti: "Custode del mito, il poeta - ma nel nostro caso anche il filosofo e il sacerdote - canta per descrivere ciò che è prima del tempo, per strappare delle vite alla dissolvenza del tempo, per riprodurre in terra l'ordine che il tempo non scalfisce" (U. Galimberti, Psiche e techne, p.358). In tal modo la narrazione mitica recupera la storia dall'oblio del tempo consegnandolo all'eterno. Il mito "fa essere" la verità in quanto rivela quei concetti reconditi dai quali prende le mosse la filosofia e la religione. Continua Galimberti: "...sia il mito sia il rito possono preparare il terreno alla filosofia in quanto a loro volta, lungi dall'essere racconto arbitrario o casuale gestualità, possiedono meccanismi di controllo della parola e del gesto, nonché procedure che ne mantengono il senso, attraverso leggi di corrispondenza che si raccolgono intorno alla nozione di verità come efficacia" (ibidem).
Allora il mito di Atlantide rimanda ad un altro mondo, un'altra realtà diversa da quella scientifico-tecnologica. Ad una verità che ha la sua stessa composizione nella struttura dell'anima.3. Non a caso Atlantide è posta al di là delle colonne d'Ercole, la dove finisce il mondo: là dove, come si legge nel Fedone, le anime precipitano nell'Ade condotte da uno spirito guida. Queste sono le anime destinate a ritornare sulla terra, le anime che hanno condotto male la loro esistenza terrena (hybris) e che quindi si devono rigenerare.
Il mito di Atlantide viene stravolto: esso ci conduce su una strada la cui fisicità è solo apparente. Infatti come nel mito di Atlantide anche nella descrizione dell'Ade del Fedone Platone rimanda a composizioni spaziali e temporali che costituiscono la patina di un movimento più tumultuoso e misterioso dell'animo umano. L'idea del ritorno, l'idea dell'immortalità dell'anima si colora della decadenza di Atlantide. Gli atlantidi ritornano, perché vivono dentro di noi, vivono nella nostra aspirazione al dominio e all'assoluto, ciò che viene condannato da Platone. Seguendo l'hybris, vero tema del mito atlantideo, così come della teoria della metempsicosi - fondamentale nel Fedone -, l'uomo si condanna ad un eterno ritorno, a rimanere "sempre giovane", a non poter maturare mai quel rapporto col divino che solo può salvarlo.
Ecco un altro significato della figura del sacerdote e del filosofo. Essi sono coloro che non torneranno mai indietro, coloro che hanno compiuto il ciclo delle loro vite e dei continui ritorni. Sacerdoti e filosofi hanno seppellito l'Atlantide interiore per sempre perché hanno in loro stessi realizzato la dyke attraverso la memoria che libera l'uomo dalla corporeità (l'aspirazione di Socrate a liberarsi dal corpo). Jean-Pierre Vernant osserva a tal proposito: "Lo sforzo di rimemorazione, che un tempo era strumento di ascesi mistica, si confonde ora con la ricerca del vero. Questa identificazione ha la sua contropartita: per Platone, sapere non è altro che ricordarsi, cioè evadere dal tempo della vita presente, fuggire lontano da quaggiù, ritornare alla patria divina della nostra anima, rientrare in un "mondo delle Idee" che si oppone al mondo terrestre così come gli si opponeva l'aldilà col quale Mnemosine stabiliva la comunicazione" (J.P. Vernant, Mito e pensiero presso i greci, p.119) In realtà l'errore degli atlantidi è stato proprio quello di essersi dimenticati delle proprie origini, di quel rapporto con la divinità che guidava la loro vita e il loro stato. La dimenticanza ha corrotto le loro anime condannandole a "sprofondare" negli inferi. Altantide, se unita al mito dell'Ade del Fedone, diventa luogo di passaggio per quelle anime che devono rigenerarsi dall'hybris, dalla dimenticanza. Paradossalmente la dimenticanza è un rimanere all'interno del Tempo: si rinasce perché si è condannati al tempo, un tempo sempre uguale evidentemente, un tempo che ripropone sempre le stesse cose in una concezione, quella greca, ciclica del tempo e della storia. Di conseguenza la memoria implica un'evasione dal tempo. La memoria segna il passaggio dal tempo all'eterno in quanto rivela l'Essere, il vero, il bene, il giusto, che in quanto tale conduce l'uomo alla autentica vita come all'autentica morte (ritorna qui l'esempio di Socrate e della sua morte).
Il vero filosofo conduce la sua anima come conduce lo stato realizzando sulla terra lo Stato perfetto, la Repubblica.
L'intreccio fra la conduzione della propria vita personale e familiare e la conduzione dello stato è comune nella cultura greca. Quest'ordine ha un centro, l'agorà, lo spazio comune a tutti i cittadini della polis. Allo stesso modo l'omphalos, l'ombelico e l'hestia, il focolare, costituiscono il centro dello spazio domestico e della vita religiosa familiare. Ma il termine omphalos designa anche il cordone ombelicale che lega il bambino alla madre "come il fusto lega la pianta alla terra che lo nutre". Risulta evidente la conseguenza che tanto l'agorà, come centro della città, quanto l'omphalos, come centro dello spazio domestico, leghino le due dimore umane alla profondità della terra nutrice, così come alle sommità del cielo abitato dagli dei (J.P. Vernant, Mito e pensiero presso i greci, pp. 176-215-216).
Allo stesso modo l'hestia rappresenta lo spazio simbolico il "Focolare comune" della città l'hestia koiné che da simbolo religioso diventa simbolo politico: in questo centro si raccolgono tutti gli uomini per discutere dei loro affari ma anche e soprattutto delle loro relazioni interamente reciproche e reversibili. Il compito assegnato da Platone alla filosofia sarà allora di offrire un sistema politico atto a garantire quell'elaborazione concettuale già presente nella vita della città. Elaborazione che deve tener conto degli aspetti non solo politici, ma anche degli aspetti cosmologici e ontologici intrinsecamente connessi all'evoluzione spirituale dell'uomo greco.
C'è nella cultura classica e nel pensiero di Platone in particolare, l'impossibilità di aspirare ad un fine che non sia la totale integrazione dell'uomo all'eterno ciclo e che nel compito sociale vede la perfetta realizzazione della dike, della giustizia, ovvero dell'armonica composizione fra legge umana e legge cosmica.
Questa concezione ci fa capire il riferimento di Platone ai suoi concittadini e come fosse naturale per lui riportare l'idea dello stato ad una dimensione spirituale e mitica. Ma questa concezione ha un prezzo. In realtà gli atlantidi vengono sconfitti dalla loro aspirazione ad essere uomini completamente liberi, loro edificano una civiltà (descritta nel Crizia) in cui l'uomo è signore di se stesso, slegato da una tradizione religiosa che lo confina ad essere pastore del dio. In questo modo tutto il mito diventa l'elemento esplicativo di un mondo da realizzare in contrapposizione ad un mondo da temere: dice Adorno a tal proposito che attraverso il mito Platone dimostra da un lato "...che lo Stato politico, la società, non è possibile, se non su un piano morale che si risolve su una più profonda religiosità, dall'altro lato nel dare un contenuto (ecco il valore del mito) perché sia possibile, popolarmente, educare alla nuova compagine statale prospettata, e quindi quello Stato da realizzare" (F. Adorno, Introduzione a, Platone, Opere, p.52).
Ma l'educazione attraverso il mito vincola la subordinazione dell'uomo ad un sistema già predefinito al quale non si può sfuggire se non attraverso l'ingiustizia, l'hybris. In tal senso potremmo parlare di alienazione ontologica dell'uomo rispetto all'Essere, da un punto di vista strettamente filosofico e di alienazione esistenziale dell'uomo rispetto al dio. Atlantide rappresenta tutto ciò: una civiltà che uscita dai vincoli di un'etica legata alla filosofia ed alla religione vuole essere padrona fino in fondo del proprio destino, ma proprio la mancanza di equilibrio porta Atlantide verso la sua rovina. In fondo Atlantide rappresenta la civiltà della crisi, il tentativo sempre frustrato di realizzazione dell'uomo che ha caratterizzato la cultura del Novecento, in questo la sua modernità e il suo fascino. Essa rappresenta l'aspirazione sempre frustrata all'assoluto, il continuo ultimo bagliore prima del tramonto che illumina l'uomo nella continua ricerca di se stesso e in questa aspirazione il suo perdersi, il suo "sprofondare" in quel non luogo misterioso che è la mente e l'anima.Nicola Forte