Nella domenica di Pasqua del 1722, l'ammiraglio olandese Jacob Roggeveen guidò la sua minuscola flotta di tre navi a vela verso un rifugio piccolo quanto sconosciuto, un'isola sperduta nell'Oceano Pacifico Meridionale.
Gli olandesi battezzarono la nuova terra " Isola di Pasqua", benché risultasse subito ovvio che non erano i primi a gettare le ancore in quelle acque.
L'isola era, chiaramente, abitata dal momento che erano stati accesi dei fuochi sulla spiaggia, apparentemente in segno di benvenuto verso i visitatori.
Quando gli olandesi sbarcarono, rimasero meravigliati nel vedere che gli indigeni si prostravano ai piedi di statue gigantesche di pietra ornate da corone.
Ben presto l'isola venne visitata da navigatori provenienti da ogni parte del mondo.
Quando iniziarono sul serio le ricerche scientifiche riguardo al mistero dell'isola in questione, il numero delle statue giganti di pietra superava quello degli stessi abitanti.
Nel 1886, una squadra di marinai della imbarcazione Mohican della Marina degli Stati Uniti effettuò una ricognizione generale sull'isola localizzando cinquecentocinque statue,
Successive spedizioni archeologiche ne individuarono ancora di più.
L'altezza delle statue oscilla da un metro ed ottanta fino a dieci metri, ma lo stile e la forma segnano un modello unico: una lunga testa umana con il busto, mento sporgente, lobi penduli, le braccia rigidamente tese lungo i fianchi e le mani poggiate sullo stomaco.
Ad alcune statue sono stati aggiunti degli occhi di pietra bianca e rossa e il pukoo ( ciuffo) di corallo e pietra rossa in cima alla testa, che potrebbe rappresentare i capelli o il copricapo con la piuma rossa notato dai primi visitatori.
Un tempo, dai duecento ai trecento basamenti erano ubicati quasi tutti lungo il litorale, ma solo in parte erano sormontati da simulacri.
Le statue erano tutte posizionate con il viso rivolto verso l'entroterra, come sentinelle giganti a vegliare sugli indigeni.
Rimane ancora aperta la domanda su come vennero scolpite le statue e poi spostate e posizionate.
Disponiamo di tre punti di riferimento: le prove archeologiche, gli esiti della sperimentazione e le tradizioni popolari.
Individuare la cava delle pietre impiegate per realizzare quasi tutte le statue, fu abbastanza semplice….si trattava della cava nel cratere del Vulcano estinto a Rano Raraku.
Gli arnesi usati per scolpire le statue e liberarle dal suolo erano senza dubbio le punte di pietra dura abbandonate in gran numero nella cava.
I primi esploratori che avevano asserito che l'isola era stata sempre priva di alberi furono completamente fuorviati rispetto al metodo di trasporto non potendo prevedere l'impiego di leve e di rulli di legno.
Tuttavia, gli archeologi sono stati in grado di dimostrare che il paesaggio naturale dell'isola di Pasqua una volta era molto diverso.
Analizzando i pollini depositati dalla vegetazione nei tre laghi dell'isola hanno ricostruito un quadro delle modificazioni ambientali, confermando che un tempo l'isola era coperta di boschi.
Non sussistono quindi obiezioni riguardo al metodo di spostamento delle statue per mezzo di alberi e corde.
Vi sono, inoltre, due teorie di spicco riguardo a come le statue vennero erette in loco in posizione verticale.
Nel 1955, infatti, un gruppo di indigeni riuscì ad innalzare una statua di 25 tonnellate sollevandola gradualmente per mezzo di leve ed infilandovi sotto delle pietre; un metodo lento ma affidabile che richiese diciotto giorni di lavoro.
In alternativa, visto che oggi sappiamo che non c'era penuria di legname, sarebbe stato possibile approntare un'armatura su cui poggiare le leve nel momento in cui si spingeva la statua in posizione.
Gli archeologi si chiedono tuttavia a cosa servissero le statue giganti! Attualmente si pensa che le statue non erano le raffigurazioni di individui particolari, ma che rivestissero il duplice ruolo da un lato di rappresentare l'ideale del capo e dall'altro di fungere da appositi corpi di pietra entro i quali gli uomini potessero invocare la presenza degli dei nel corso di cerimonie specifiche, gli indigeni avrebbero poi potuto implorare dalle statue il bel tempo, l'aiuto nella costruzione dei simulacri ed il sostegno verso gruppi rivali.
Nell'isola di Rapa Nui ( Isola di Pasqua) assistiamo anche ad un vero caso di scrittura misteriosa; infatti, nel 1864, alcuni missionari trovarono tavolette di legno levigate di varia misura con incisi simboli in file longitudinali ( ne sono rimaste una ventina).
Sembrava possibile decifrarle, dato che nell'800 vi erano pasquensi in grado di leggere, anche se non di scrivere il " rongorongo"; ogni anno il capo chiamava i saggi dell'isola ad una solenne cerimonia, in cui si recitavano i " legni parlanti".
Ma, come si scoprì in seguito, l'ultimo saggio morì nel 1860, e così si perse la capacità di leggere la scrittura.
La tradizione racconta di tavolette per la recitazione di avvenimenti storici o mitologici, di accompagnamento a cerimonie religiose, o proprie dei diversi momenti dell'anno e che la scrittura era stata portata da re Hotu Matua, intorno al IV secolo d.C. dal mare ( leggenda avvalorata dal fatto che il legno delle tavolette è introvabile sull'isola).
Ma c'è anche chi sostiene che la scrittura sia stata inventata dagli indigeni solo dopo il 1770, prendendo l'idea dall'unico esempio di scrittura che conoscevano: la dichiarazione di annessione alla Spagna.
Le interpretazioni restano molteplici ma c'è ancora molto da lavorare!!Laura Scafati
Il mistero dell'isola di Pasqua
Isola di Pasqua: il collasso che non c’è stato
La storia del «suicidio ecologico» dei Rapa Nui è stata messa in discussione dal DNA.
Per decenni si è raccontato che gli abitanti dell’isola avessero distrutto le foreste per trasportare i moai, provocando carestie, guerre e un crollo della popolazione prima dell’arrivo degli europei nel 1722.
Nel settembre 2024 uno studio pubblicato su Nature ha analizzato il genoma di 15 Rapa Nui vissuti tra il 1670 e il 1950. I dati non mostrano alcun crollo demografico prima del contatto con gli europei, ma una popolazione cresciuta in modo stabile dal XIII secolo.
Lo stesso studio ha rilevato che circa il 10% del patrimonio genetico dei Rapa Nui ha origine dai nativi americani: un contatto avvenuto tra il XIII e il XV secolo, molto prima di Cristoforo Colombo.
In sintesi: il declino dei Rapa Nui fu causato soprattutto dalle epidemie e dalle deportazioni dell’Ottocento. I moai restano il loro straordinario lascito, non il segno di un’autodistruzione.