Illustrazione generata con IA per Popobawa.it
Sin dai tempi antichi si sono affacciate sul palcoscenico delle cronache, delle figure di donne alquanto affascinati e mistiche per le loro peculiarità: le "avvelenatrici".
Ma chi erano e, soprattutto, cosa rappresentavano nell'immaginario collettivo?
Nel periodo storico che va tra il 1600 ed il 1700 è possibile annoverare la presenza di tali figure che lasciarono certamente dei ricordi indelebili a tutt'oggi sopravvissuti.
Tra queste vale la pena di citare la donna passata alla storia con l'epitaffio "del pugnale e del veleno"; tale era la nobildonna della ricca città degli estensi.
Tutti, infatti, ricorderanno la terribile e sensuale Lucrezia Borgia, passata alla memoria del tempo non certo per i suoi propositi di solidarietà ma per la sua fama di donna avida di potere e venefica.
Si riscontrano numerose figure che hanno l'onore d'essere rappresentative di tali "meriti o disonori".
In Francia, si ricorda Marie Madeleine D'Aubry nota come la Marquise de Brinvilliers.
Fu arrestata nel 1676 con l'accusa di avere avvelenato i membri della sua famiglia nonché altre persone per fini di speculazione.
Per volere del sovrano del tempo Luigi XIV, fu sottoposta alla tortura dell'acqua e successivamente condannata alla pena della decapitazione; non prima di essere stata sottoposta al c.d. atto di fede, consistente in una sorta di pentimento che la stessa dovette assolvere dinanzi la cattedrale di Notre Dame, avendo al collo una corda e tenendo un grosso cero nelle mani.
Nella nostra capitale non passò certo inosservato il nome di Giulia Tofano.
Quest'ultima era famosa per avere inventato il veleno detto "la manna di San Nicola" anche conosciuto come l'acqua Tofana, si trattava di un composto d'arsenico miscelato con acqua tale da apparire limpido e quindi bevibile per i poveri malcapitati.
A seguito di quest'episodio, furono giustiziate ben quarantacinque donne, tutte accusate di essere delle avvelenatrici, cinque delle quali furono impiccate in Campo de' Fiori; tra queste vi era la figlia della Tofano.
Ma la figura certo più misteriosa fu Giovanna Bonanno, meglio conosciuta come "la vecchia dell'aceto".
Questa donna visse a Palermo e divenne avvelenatrice per un caso fortuito.
La stessa, infatti, maturò il proposito di divenire imprenditrice della "morte" quando sorprese una giovane donna in preda a spasmi muscolari e dolori lancinanti dopo aver ingerito per pura fatalità una dose d'aceto per uccidere i pidocchi acquistata dallo speziale (al secolo il farmacista); la donna morì, ma il suo cadavere non mostrava tuttavia, i sintomi dell'avvelenamento.
La vecchia allora, decise di sbarcare il lunario, mettendo in commercio il famigerato aceto; assolvendo un compito "altamente umanitario" come ella stessa affermò durante il suo processo.
La sua attività durò circa due anni nei quali la sua fama divenne tale da avere bisogno di socie che mettevano in pratica lo stesso disegno criminale.
Di certo la peculiarità di tale personaggio rimane nel suo atteggiamento e nella sua spasmodica convinzione di essere nel giusto, di fare del bene, di porre fine in maniera "pacifica" alle continue prepotenze sopportare dalle mogli ad opera di mariti prepotenti, fedifraghi o solo per loro sfortuna sposati: " un divorzio all'italiana", apoteosi del delitto perfetto.
Bastava aggiungere un po' di aceto nella minestra dell'ingenuo e sgradito consorte per farlo passare a miglior vita, in modo apparentemente naturale.
Purtroppo la sua linea difensiva, non impietosì i giudici del tempo che la condannarono nonostante "i suoi alti propositi umanitari", alla pena per impiccagione, avvenuta pubblicamente il 30 luglio 1789 in Piazza Vigliena.
L'infamante pena capitale venne eseguita in modo cruento fra le urla del popolo inferocito: la Bonomo di esile corporatura, rimase viva appesa alla forca; allora il boia, un energumeno, le saltò con i piedi sulle spalle spingendola verso il basso con tutto il peso del suo corpo, finché la vecchia non ne rimase strozzata.
Della vecchia dell'aceto, un agghiacciante calco a mezzo busto, forse eseguito sul cadavere, si conserva al Museo Etnografico Pitrè di Palermo.
A tutt'oggi Giovanna Bonanno al tempo La Vecchia dell'Aceto è rimasta nelle coscienza popolare dei siciliani ad indicare una donna rea, malvagia e bruttissima attraverso l'appellativo "è cchiù l'aria da vecchia d'acitu" ossia è più brutta della vecchia dell'aceto.Flores