Ora che la chiesa ortodossa russa l'ha proclamata santa, insieme ai suoi genitori ed ai suoi fratelli, non ci sono più dubbi: la leggenda della granduchessa Anastasia, figlia dello zar e unica sopravvissuta al massacro compiuto dai bolscevichi a Ekaterinburg, le cui vicende hanno appassionato l'opinione pubblica mondiale, era veramente una leggenda e niente di più.
Peccato, perché quella storia che ha ispirato romanzieri e registi era veramente suggestiva e non del tutto incredibile.
Tutto ebbe inizio il 19 luglio del 1918, quando nelle redazioni dei giornali del mondo intero si era sparsa la notizia che, due giorni prima, lo zar Nicola Romanov, la zarina Alessandra e i loro cinque figli, lo zarevic Alessio e le granduchesse Olga, Tatiana, Maria, Anastasia, insieme con un numero imprecisato di persone del seguito, erano stati uccisi, per ordine di Lenin, nella cittadina degli Urali dove erano stati confinati allo scoppio della rivoluzione.
Di quella strage, che aveva fatto inorridire l'opinione pubblica malgrado fosse da tempo abituata agli eccessi che si verificano nella Russia sconvolta dalla guerra civile fra "rossi" e "bianchi", nulla era trapelato in forma ufficiale; tutto si basava su un trafiletto pubblicato da un giornaletto bolscevico, "L'operaio degli Urali", nel quale si annunciava, in maniera molto sommaria, l'avvenuta esecuzione e si riferiva senza altri particolari da rilievo che i resti degli uccisi erano stati gettati nel pozzo di una miniera detta dei "quattro fratelli".
L'enormità dell'avvenimento e il mistero con cui le autorità sovietiche l'avevano circondato, favorirono il propagarsi delle voci più strane. Chi diceva che si trattava di propaganda anticomunista e chi invece sosteneva che la strage era stata effettivamente consumata, ma non tutti i membri della famiglia imperiale erano stati uccisi.
Cominciarono anche a spuntare qua e là per l'Europa avventurieri e mitomani, che asserivano di essere dei congiunti dello zar scampati al massacro. Col passare del tempo, tuttavia, anche i più ottimisti fra i fuoriusciti russi cominciarono a disperare che qualcuno dei Romanov fosse effettivamente riuscito a sopravvivere.
A ridare forza alle loro speranze fu un fatto accaduto a Berlino e destinato a suscitare grande scalpore in tutto il mondo: la sera del 17 febbraio del 1920 un poliziotto di ronda nella capitale tedesca aveva tratto in salvo dalle acque gelide di un canale una giovane donna che vi si era gettata con evidente scopo suicida.
La sconosciuta, raccolta in stato di incoscienza, era stata ricoverata in ospedale, ma non era stato possibile identificarla poiché non aveva un nome; in tasca neppure un documento, non parlava e pareva non capire le domande che le venivano rivolte; inoltre, presentava sul corpo numerose cicatrici di cui forniva spiegazioni confuse e incomprensibili. Convinti di avere a che fare con una malata di mente, i medici decisero di trasferire la sconosciuta nell'ospedale psichiatrico di Dalldorf dove fu registrata come l" l'alienata numero 64"!.
Trascorsero così alcuni mesi; improvvisamente la donna sembrò avere riacquistata la ragione e cominciò a parlare esprimendosi prima in russo e poi in tedesco, due lingue che mostrava di conoscere alla perfezione.
Tuttavia, a sbalordire i medici non fu tanto la sua padronanza di linguaggio quanto il suo racconto: la "numero 64" dichiarò infatti di essere la granduchessa Anastasia, figlia dello zar Nicola II e Con una lucidità incredibile, la donna narrò agli ascoltatori increduli la sua terribile avventura e ripercorse con precisione le drammatiche tappe di due anni spaventosi: l'assalto al palazzo imperiale, la fuga da Pietroburgo, i tremendi disagi sopportati, la cattura della sua famiglia da parte delle guardie rosse, la deportazione nella zona degli Urali ed infine la strage alla quale, affermava, lei sola era scampata grazie a un soldato dell'Armata Rossa, di nome Alessandro Ciacovskj, il quale, impietosito, l'aveva raccolta!
Nei successivi interrogatori, la sedicente Anastasia ricostruì ogni circostanza anche nei particolari più minuti; per ogni domanda aveva una risposta credibile; per ogni dubbio una spiegazione.
Precisò anche di avere vissuto per qualche tempo con il suo salvatore, di avere avuto da lui una figlia e di essere infine stata costretta ad abbandonare l'uno e l'altra ed a fuggire in Occidente dopo che gli agenti della Ghepeu avevano scoperto la sua vera identità.
Ma cosa c'era di vero nelle sue parole? Da quel momento cominciò l'altalena dei confronti, delle smentite e dei riconoscimenti.
Molti nobili russi, rifugiati in Europa occidentale, accusarono la donna di impostura, ma altrettanti si dissero pronti a giurare che era effettivamente la figlia dello zar. Fra questi, il cameriere segreto di Nicola II, Ivan Wolkov e Alessandra Teglewa che era stata la governante di Anastasia da 1908 al 1916.
Anche dalle vecchie fotografie della famiglia imperiale risultava una certa somiglianza fra la giovane granduchessa e la sconosciuta. Tuttavia i dubbi restavano e per anni gli investigatori si arrovellarono per stabilire la verità. In ballo, infatti, non c'era soltanto una questione di principio, c'era anche una somma enorme di denaro, depositata dallo zar nella Banca d'Inghilterra, la quale sarebbe spettata di diritto alla sua eventuale erede. L'identità di Anastasia era quindi legata a un grosso gioco di interessi che finirà per complicare sempre di più le cose dando spazio ai soliti avventurieri che cercarono di trarre profitto dalla situazione.
Frattanto, la sedicente granduchessa, alla quale nel frattempo era stato imposto il nome di Anna Anderson, cercò in tutti i modi di dimostrare di essere effettivamente la figlia dello zar, ma non riuscì mai a provarlo.
Il suo caso fu esaminato tre volte dai tribunali tedeschi, ma i risultati furono sempre negativi.
La sconcertante vicenda non mancò comunque di procurarle molti vantaggi, gratificazioni e benefici; Nobili russi e miliardari americani, infatti, persuasi che si trattasse effettivamente della figlia dello zar scampata alla strage, le offrirono ospitalità, protezione e assistenza; fra l'altro, incassò i diritti cinematografici per il film "Anastasia" ispirato alla sua vicenda, che la Fox produsse a Hollywood con la regia di Litvak e l'interpretazione di Ingrid Bergmann e Yul Brinner.
La sedicente granduchessa, che aveva sposato lo storico dell'arte americano John Manaham, trascorse il resto della sua vita nell'agiatezza. È morta a 82 anni a Charlotteville, in Virginia, senza rivelare il segreto della sua identità.
Molte altre donne, in ogni caso, si spacciarono come figlie dello Zar ed una storia particolare coinvolse addirittura la figura di Pio XII!
L'agenzia spagnola "Efe" riferì, infatti, che in "base a documenti inediti", non solo Anastasia, ma anche sua sorella, la granduchessa Olga, si erano salvate dalla strage di Ekaterinburg.
Le due sorelle, sempre secondo l'agenzia iberica, dopo vario peregrinare, si erano rifugiate in Italia dove sarebbero decedute e sepolte, la prima a Menaggio sul lago di Como sotto il nome di Marga Boodts e la seconda nel cimitero romano di Prima Porta sotto il nome di principessa Romanov Dolgorouky. Riferiva ancora l'agenzia che le due granduchesse avevano goduto della protezione della regina Elena la quale le aveva addirittura autorizzate ad assumere il titolo di contesse di Fonzo. E non basta. Alcuni anni dopo, nel 1983, "Efe" rilanciò la notizia con una clamorosa rivelazione: suor Pasqualina Lehenert, la religiosa che visse quarant'anni accanto a papa Pacelli, aveva dichiarato poco prima di morire che le due figlie dello zar erano state ricevute più volte in Vaticano in udienza privata dal Pontefice. Come si vede, i colpi di scena sembravano non finire ed i rotocalchi non perdevano l'occasione di ricamarci sopra. In realtà il caso delle due presunte granduchesse lanciato come uno strepitoso scoop dall'agenzia "Efe" è facilmente spiegabile. Si trattava di uno scambio di persona. Le due misteriose dame russe che suor Pasqualina pensava fossero Anastasia e Olga non erano le figlie dello zar Nicola, bensì le figlie del re del Montenegro nonché sorelle segrete della regina Elena che vissero a lungo in Italia senza quasi mai apparire in pubblico.
Si chiamavano Militza e Xenia. Le due principesse, educate alla corte degli zar, come la sorella Elena del Montenegro, avevano sposato due granduchi russi ed avevano vissuto in Russia fino allo scoppio della rivoluzione Personaggi piuttosto misteriosi, a Pietroburgo erano note come le "dame nere" perché praticavano riti occulti, erano dedite allo spiritismo e facevano parte dell'entourage di Rasputin, il libidinoso monaco-stregone che aveva plagiato anche la zarina Alessandra e che sarà poi ucciso da una congiura di palazzo. Quando era scoppiata la rivoluzione, Militza e Xenia si erano miracolosamente salvate dalla furia bolscevica che aveva invece annientate le loro famiglie. In Italia vivevano piuttosto isolate in un'ala di Villa Savoia fra samovar, icone, tarocchi e tavoli a tre gambe. Vittorio Emanuele II, refrattario ad ogni superstizione, non le vedeva di buon occhio, ma la regina Elena le proteggeva. Suor Pasqualina evidentemente, era stata indotta in errore dalle chiacchiere sul loro conto che circolavano nella curia romana.
Restava dunque in piedi soltanto il mistero di Anna Anderson alias Anastasia. Ma dopo il ritrovamento, senza ombra di dubbio, del suo cadavere, insieme a quello dei suoi congiunti, nella miniera dei quattro fratelli, avvenuto nel 1991, anche questo si è definitivamente risolto.
Ora siamo certi che Anastasia, o meglio, Sant'Anastasia, è morta a diciotto anni nello scantinato della casa del mercante Ipatev, a Ekaterinburg, uccisa insieme allo zar, alla zarina, ai suoi quattro fratelli, al fedele dottor Botkin e a quattro servitori, dalle raffiche sparate da dodici soldati lettoni facenti parte dell'Armata Rossa. Nessun membro della famiglia Romanov è mai sopravvissuto alla strage.
Anastasia: il DNA ha chiuso il caso
Il mistero della granduchessa sopravvissuta, che ha attraversato tutto il Novecento, ha avuto una risposta scientifica.
Nel 1994 le analisi genetiche condotte su campioni di tessuto e capelli di Anna Anderson hanno stabilito che non era una Romanov. I risultati la collegavano invece alla famiglia di Franziska Schanzkowska, un’operaia polacca scomparsa a Berlino negli anni Venti.
Nel 2007, vicino a Ekaterinburg, sono stati trovati i resti dei due figli dello zar che mancavano nella fossa scoperta nel 1991. Nel 2008 le analisi del DNA li hanno attribuiti allo zarevič Alessio e a una delle sorelle, e uno studio pubblicato su PLOS One nel 2009 ha completato l’identificazione.
Tutti i figli di Nicola II risultano quindi uccisi nel 1918: nessuno sopravvisse. Nel 2018 il Comitato investigativo russo ha confermato le identificazioni; la Chiesa ortodossa russa non le ha ancora accolte formalmente.
Ora
che la chiesa ortodossa russa l'ha proclamata santa, insieme
ai suoi genitori ed ai suoi fratelli, non ci sono più
dubbi: la leggenda della granduchessa Anastasia, figlia
dello zar e unica sopravvissuta al massacro compiuto dai
bolscevichi a Ekaterinburg, le cui vicende hanno appassionato
l'opinione pubblica mondiale, era veramente una leggenda
e niente di più.