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Frankenstein vive: Mary Shelley e la nascita di un mito

«Fu in una cupa notte di novembre che vidi il compimento delle mie fatiche»: così Victor Frankenstein racconta la nascita della sua creatura. Pubblicato nel 1818, il romanzo di Mary Shelley ha dato vita a uno dei miti più potenti dell’età moderna, quello dell’uomo che sfida la natura creando la vita.

frankensteinFotogramma da «Frankenstein» (James Whale, 1931) · Universal Pictures. Riprodotto a scopo di critica e documentazione

Una ragazza ribelle

Mary Wollstonecraft Godwin nacque a Londra il 30 agosto 1797. Era figlia di due intellettuali radicali: il filosofo William Godwin e la scrittrice Mary Wollstonecraft, una delle madri del femminismo, che morì pochi giorni dopo il parto. Il padre si risposò con Mary Jane Clairmont. Nel 1814, a sedici anni, Mary conobbe il giovane poeta Percy Bysshe Shelley, già sposato, e fuggì con lui in Europa; i due si sposarono nel 1816, dopo la morte della prima moglie di lui.

L’estate senza sole di Villa Diodati

Nel giugno del 1816 Mary e Percy erano ospiti, sulle rive del lago di Ginevra, nei pressi di Villa Diodati, dove alloggiava Lord Byron con il suo medico personale, John William Polidori. Era il celebre «anno senza estate», causato dall’eruzione del vulcano Tambora: pioveva di continuo e il gruppo passava le serate leggendo storie di fantasmi. Byron propose una sfida: ognuno avrebbe scritto un racconto dell’orrore.

frank2Fotogramma da «Frankenstein» (James Whale, 1931) · Universal Pictures. Riprodotto a scopo di critica e documentazione

Byron cominciò un racconto di vampiri, rimasto incompiuto e pubblicato nel 1819 come A Fragment; Polidori, partendo da quell’idea, scrisse Il vampiro, il primo racconto moderno con un vampiro aristocratico e seducente. Mary, dopo giorni senza idee, racconterà di aver avuto in dormiveglia la visione di uno studente che dà vita a un corpo assemblato. Da quella visione nacque Frankenstein, o il moderno Prometeo, pubblicato anonimo nel 1818, quando Mary aveva appena vent’anni.

Due mostri

Il romanzo racconta due mostruosità diverse. Quella dello scienziato Victor Frankenstein, divorato dall’ambizione di superare i limiti della natura e incapace di assumersi la responsabilità di ciò che ha creato. E quella della creatura, che nasce buona, impara a leggere e a parlare, ma viene respinta da tutti per il suo aspetto, finché la solitudine la trasforma in assassina. È questa ambiguità a rendere il libro ancora attuale.

frank3Fotogramma da «Frankenstein» (James Whale, 1931) · Universal Pictures. Riprodotto a scopo di critica e documentazione

Creare la vita: un sogno antico

Il sogno di creare un essere artificiale è molto più antico di Mary Shelley. La tradizione ebraica racconta del Golem, una figura d’argilla animata da un’iscrizione o da un nome sacro. Nel Seicento e nel Settecento orologiai e inventori costruirono automi sempre più sofisticati: nel Seicento il mercante di Augusta Philipp Hainhofer commissionò meccanismi che si muovevano a ritmo di musica, e nel 1770 il barone Wolfgang von Kempelen presentò il «Turco», un automa giocatore di scacchi che sconfisse molti avversari, tra cui, si racconta, Napoleone nel 1809. In realtà dentro la macchina si nascondeva un abile scacchista. Ai tempi di Mary, poi, gli esperimenti di Luigi Galvani e di suo nipote Giovanni Aldini, che facevano muovere con l’elettricità i muscoli di rane e di cadaveri, avevano fatto pensare che la scintilla della vita potesse essere elettrica.

Ma ciò che distingue Frankenstein dagli automi è il rapporto con la morte: la creatura è fatta di corpi morti riportati in vita. È il sogno di strappare i corpi alla decomposizione, la ribellione alla condizione mortale dell’uomo. Come Dracula o la Mummia, il mostro di Frankenstein è condannato a una vita che non è vita, e alla solitudine. E molti vedono in lui l’antenato di tutte le creature artificiali che sarebbero venute dopo, fino al computer HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio e alle intelligenze artificiali di oggi.

Una maledizione?

Gli appassionati di misteri amano ricordare la sorte di chi partecipò a quell’estate del 1816. Polidori morì nel 1821, a venticinque anni, probabilmente suicida. Percy Shelley annegò nel 1822 durante una tempesta nel golfo della Spezia. Byron morì nel 1824 a Missolonghi, in Grecia, dove era andato a combattere per l’indipendenza. Anche lo scrittore Matthew Lewis, autore del Monaco, che li aveva raggiunti in agosto, morì in mare nel 1818. Coincidenze, certo, in un’epoca in cui si moriva giovani; ma è come se le loro storie avessero chiesto un prezzo a chi le aveva create. Mary visse fino al 1851, e la sua creatura le è sopravvissuta per sempre, grazie anche al cinema, a cominciare dal Frankenstein di James Whale del 1931 con Boris Karloff.

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